Tra una scossa
e l’altra la gente reagisce, è operosa ma in qualcuno emerge
il timore di finire abbandonato a se stesso
di Daniele Priori
C’è
traffico tra L’Aquila e Teramo. Sono passate le sei di sera.
E’vigilia di festa e lo dice anche la radio che è sostenuto
il numero di automobili sulla rete autostradale italiana.
D’altra parte all’indomani sarà 1° maggio, il giorno dei
lavoratori e pure l’origine di un fine settimana anticipato
di ventiquattro ore.
Quelle vetture incolonnate sull’asfalto e incorniciate dalle
rocce del Gran Sasso, non sono, però, vestite a festa. Non è
per loro, quella, l’autostrada della vacanza ma la via
crucis quotidiana che vede protagonista, tutti i pomeriggi,
una parte sostanziosa della popolazione terremotata de
L’Aquila e provincia, appoggiata negli alberghi messi a
disposizione sulla costa, tra il Porto d’Ascoli, Giulianova
e Pescara. Lì ora si trovano tutti, indistintamente,
proprietari e affittuari. Con poche certezze e molte
speranze. Per adesso, in particolare gli inquilini, sperano
davvero di cuore che otterranno la proroga della scadenza
del loro soggiorno negli hotel. Quella attuale è al 31
maggio ma pare si potrà arrivare fino al 15 giugno. Poi
l’ignoto, considerando pure che, come ci fanno sapere con
molta disinvoltura i vigili urbani, non c’è traccia a
L’Aquila di un presidio mobile dell’Ater, l’ente case
popolari. E proprio a quei lidi, per forza di cose, nei
prossimi mesi approderanno le tante famiglie che vivevano in
affitto prima del terremoto. Chi penserà a loro?
Il presente, per un mese abbondante, saranno comunque ancora
gli alberghi. Rifugio prezioso. Molti di più, rispetto al
primissimo periodo, sono stati infatti gli aquilani a
preferire un pendolarismo faticoso al pantano delle
tendopoli. Vanno via e tornano, tutti i giorni. Pochi
fortunati per lavorare, molti solo per presidiare. Poi ci
sono gli “aquilani che si arrangiano”. Quelli che hanno
avuto le case meno danneggiate, sono accampati nei giardini
delle loro residenze, utilizzano gas, luce e acqua delle
loro abitazioni e hanno persino il senso civico di non
accedere al contributo di quattrocento euro per tre mesi,
messo a disposizione dal Comune.
La gente si fa forza. Uno sforzo immane: organizzare
l’impensabile, ritirare su una città trasformata in fantasma
dove tutto è diventato innaturale, sebbene sia stata proprio
la natura a scatenare il dramma del millennio con una scossa
su cui la popolazione, la controinformazione sul web ma
anche i sismologi giapponesi e statunitensi continuano ad
interrogarsi per capirne la reale entità. E’ stata più forte
di quanto hanno riferito le fonti ufficiali, continuano a
pensare in molti.
Certo è che finirci dentro è diverso. Le immagini della tv,
le parole non reggono la proporzione di una catastrofe, un
cataclisma di dimensioni epiche. Ormai persino i bambini,
tra un calcio e l’altro al
pallone,
negli spazi giochi allestiti all’interno dei campi, parlano
con familiarità di “magnitudo” e “moto ondulatorio e
sussultorio”. Sebbene quello che oggi faccia più notizia sia
la bellezza nel vederli giocare, nonostante tutto.
Pioggia e grandine inserite nel tipico clima aquilano,
gelato dal vento, continuano a trasformare in inverno anche
la primavera inoltrata nella quale si consumano le tante
quotidianità della gente qualunque. L’epopea civile di chi,
come ci spiegano negli uffici mobili degli sportelli
sindacali Caaf allestiti qua e là, tiene a mente che siamo
ai primi di maggio ed è tempo di compilare la denuncia dei
redditi. Peccato che i dati in molti casi non erano stati
ancora informatizzati e i modelli 730, Cud, 740 degli anni
precedenti sono rimasti sotto le macerie dei vari uffici del
centro storico. Da L’Aquila, insomma, si deve passare per
Roma, presso gli archivi del ministero. E chiedono almeno un
passaggio agevolato, un protocollo speciale, salvo dover
diventare pazzi alla ricerca dei dati di tutti i cittadini
de L’Aquila che, prima o poi, verranno a contatto anche col
problema di ricostruire la loro contabilità. Senza tenere
conto delle purtroppo numerose domande di reversibilità
delle pensioni dovute all’alto numero di morti e delle
richieste di indennità di disoccupazione che continueranno a
piovere da qui ai prossimi mesi su questi uffici posticci.
La prima vera scoperta di questa epopea civile ancora in
corso avviene, però, appena passato il casello de L’Aquila
Ovest. C’è il McDonald chiuso. Il Blockbuster da cui non
traspare nessun effetto speciale, il centro commerciale
Chateau d’Ax con gravi lesioni. E siamo ancora in periferia.
Il censimento dei palazzi, così come quello dei residenti
sparsi in ogni dove è in corso. Ce ne accorgiamo presso la
centrale della Polizia Municipale di via Scarfoglio 1. Una
delle poche strutture istituzionali rimaste in piedi,
agibile e senza danni, come confessano orgogliosi gli agenti
in servizio permanente dal 6 aprile. Un edificio saldo al
punto d’esser riuscito a dare ospitalità a diversi altri
uffici comunali, tra i quali quello di questa particolare e
inedita conta. C’è persino un cittadino che si ostina a
voler pagare una multa. E’ la vita che va avanti. Lì vicino
c’è la sede del Com1 (Centro operativo misto) che coordina
le attività nei trentasette campi cittadini. Siamo prossimi
al centro della città eppure questa zona di costruzione più
recente ha resistito. Al punto che il bar e il
ricercatissimo “Angolo del buongustaio”, una delle
pochissime tavole calde aperte, fanno gli straordinari a
prezzi più che onesti. Turistici si sarebbe detto in
tutt’altre condizioni. A mangiare, seduto in un angolo, c’è
il signor Mario, originario di Ferrara, pensionato ex
Italtel. E’ attaccato al telefonino. Vive nei paraggi da
trent’anni ma dal giorno del terremoto è appena tornato a
L’Aquila dopo aver soggiornato presso parenti a Bologna. Si
preoccupa per i colleghi più giovani. La sede dell’azienda
pare sia gravemente danneggiata e li aspettano almeno tre
mesi di cassintegrazione, poi si vedrà. La moglie dirige una
delle farmacie comunali cittadine. Fatica a ritrovare la
speranza, si sente svuotata ma presto tornerà in campo anche
lei.
Aquilani vecchi e nuovi, come gli integratissimi immigrati
che stanno conquistando nei campi una piena e meritatissima
cittadinanza onoraria. Tengono duro, Aiutano, in attesa di
tempi migliori. Il campo di piazza d’Armi è per metà
multietnico. Lo testimonia benissimo il tendone che fa da
chiesa-scuola dove volenterosissime insegnanti si prestano a
fare lezione. Classe unica elementare al mattino e, dalla
vigilia del 1° maggio, anche una classe unica media che fa
lezione di pomeriggio. Si fa quel che si può ma loro ce la
mettono tutta, i piccoli come i grandi e pure i frati
cappuccini, col loro tendone, fianco a fianco ai cristiani
evangelici in un ecumenismo di volontà che fa onore alla
vera fede.
I frati stanno censendo tutti i ragazzini de L’Aquila che
avrebbero dovuto prendere, e prenderanno ugualmente, i
sacramenti della comunione e della cresima in questa
primavera. Come pure stanno recuperando i nomi delle coppie
che volevano sposarsi e si sposeranno a L’Aquila, davanti a
un altare saldato nella necessità di dare nuove vite a una
città che non ha smesso un istante di guardare oltre. E
sebbene diluvi ancora e le scosse minori continuino, i
volontari numerosissimi nel campo stanno scavando, proprio
mentre il cronista saluta, per far passare una tubatura che
favorisca il deflusso dell’acqua piovana, così da cominciare
a tirare le scarpe fuori dal fango, nell’attesa che si
accenda finalmente l’estate, ad ardere di un sole messaggero
della speranza e della forza necessarie a ricostruire
L’Aquila futura. Ben prima di quel piano strategico per il
2020 che, per una beffarda ironia della sorte, campeggia
ancora sul sito istituzionale del Comune dall’aprile dello
scorso anno, quando nemmeno la circe più spietata avrebbe
potuto immaginare cosa sarebbe accaduto da lì a dodici mesi.