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Dal Secolo d’Italia – 6 Maggio 2009

E ORA L’AQUILA SFODERA I SUOI ARTIGLI

Tra una scossa e l’altra la gente reagisce, è operosa ma in qualcuno emerge il timore di finire abbandonato a se stesso

di Daniele Priori

C’è traffico tra L’Aquila e Teramo. Sono passate le sei di sera. E’vigilia di festa e lo dice anche la radio che è sostenuto il numero di automobili sulla rete autostradale italiana. D’altra parte all’indomani sarà 1° maggio, il giorno dei lavoratori e pure l’origine di un fine settimana anticipato di ventiquattro ore.
Quelle vetture incolonnate sull’asfalto e incorniciate dalle rocce del Gran Sasso, non sono, però, vestite a festa. Non è per loro, quella, l’autostrada della vacanza ma la via crucis quotidiana che vede protagonista, tutti i pomeriggi, una parte sostanziosa della popolazione terremotata de L’Aquila e provincia, appoggiata negli alberghi messi a disposizione sulla costa, tra il Porto d’Ascoli, Giulianova e Pescara. Lì ora si trovano tutti, indistintamente, proprietari e affittuari. Con poche certezze e molte speranze. Per adesso, in particolare gli inquilini, sperano davvero di cuore che otterranno la proroga della scadenza del loro soggiorno negli hotel. Quella attuale è al 31 maggio ma pare si potrà arrivare fino al 15 giugno. Poi l’ignoto, considerando pure che, come ci fanno sapere con molta disinvoltura i vigili urbani, non c’è traccia a L’Aquila di un presidio mobile dell’Ater, l’ente case popolari. E proprio a quei lidi, per forza di cose, nei prossimi mesi approderanno le tante famiglie che vivevano in affitto prima del terremoto. Chi penserà a loro?
Il presente, per un mese abbondante, saranno comunque ancora gli alberghi. Rifugio prezioso. Molti di più, rispetto al primissimo periodo, sono stati infatti gli aquilani a preferire un pendolarismo faticoso al pantano delle tendopoli. Vanno via e tornano, tutti i giorni. Pochi fortunati per lavorare, molti solo per presidiare. Poi ci sono gli “aquilani che si arrangiano”. Quelli che hanno avuto le case meno danneggiate, sono accampati nei giardini delle loro residenze, utilizzano gas, luce e acqua delle loro abitazioni e hanno persino il senso civico di non accedere al contributo di quattrocento euro per tre mesi, messo a disposizione dal Comune.
La gente si fa forza. Uno sforzo immane: organizzare l’impensabile, ritirare su una città trasformata in fantasma dove tutto è diventato innaturale, sebbene sia stata proprio la natura a scatenare il dramma del millennio con una scossa su cui la popolazione, la controinformazione sul web ma anche i sismologi giapponesi e statunitensi continuano ad interrogarsi per capirne la reale entità. E’ stata più forte di quanto hanno riferito le fonti ufficiali, continuano a pensare in molti.
Certo è che finirci dentro è diverso. Le immagini della tv, le parole non reggono la proporzione di una catastrofe, un cataclisma di dimensioni epiche. Ormai persino i bambini, tra un calcio e l’altro al pallone, negli spazi giochi allestiti all’interno dei campi, parlano con familiarità di “magnitudo” e “moto ondulatorio e sussultorio”. Sebbene quello che oggi faccia più notizia sia la bellezza nel vederli giocare, nonostante tutto.
Pioggia e grandine inserite nel tipico clima aquilano, gelato dal vento, continuano a trasformare in inverno anche la primavera inoltrata nella quale si consumano le tante quotidianità della gente qualunque. L’epopea civile di chi, come ci spiegano negli uffici mobili degli sportelli sindacali Caaf allestiti qua e là, tiene a mente che siamo ai primi di maggio ed è tempo di compilare la denuncia dei redditi. Peccato che i dati in molti casi non erano stati ancora informatizzati e i modelli 730, Cud, 740 degli anni precedenti sono rimasti sotto le macerie dei vari uffici del centro storico. Da L’Aquila, insomma, si deve passare per Roma, presso gli archivi del ministero. E chiedono almeno un passaggio agevolato, un protocollo speciale, salvo dover diventare pazzi alla ricerca dei dati di tutti i cittadini de L’Aquila che, prima o poi, verranno a contatto anche col problema di ricostruire la loro contabilità. Senza tenere conto delle purtroppo numerose domande di reversibilità delle pensioni dovute all’alto numero di morti e delle richieste di indennità di disoccupazione che continueranno a piovere da qui ai prossimi mesi su questi uffici posticci.
La prima vera scoperta di questa epopea civile ancora in corso avviene, però, appena passato il casello de L’Aquila Ovest. C’è il McDonald chiuso. Il Blockbuster da cui non traspare nessun effetto speciale, il centro commerciale Chateau d’Ax con gravi lesioni. E siamo ancora in periferia.
Il censimento dei palazzi, così come quello dei residenti sparsi in ogni dove è in corso. Ce ne accorgiamo presso la centrale della Polizia Municipale di via Scarfoglio 1. Una delle poche strutture istituzionali rimaste in piedi, agibile e senza danni, come confessano orgogliosi gli agenti in servizio permanente dal 6 aprile. Un edificio saldo al punto d’esser riuscito a dare ospitalità a diversi altri uffici comunali, tra i quali quello di questa particolare e inedita conta. C’è persino un cittadino che si ostina a voler pagare una multa. E’ la vita che va avanti. Lì vicino c’è la sede del Com1 (Centro operativo misto) che coordina le attività nei trentasette campi cittadini. Siamo prossimi al centro della città eppure questa zona di costruzione più recente ha resistito. Al punto che il bar e il ricercatissimo “Angolo del buongustaio”, una delle pochissime tavole calde aperte, fanno gli straordinari a prezzi più che onesti. Turistici si sarebbe detto in tutt’altre condizioni. A mangiare, seduto in un angolo, c’è il signor Mario, originario di Ferrara, pensionato ex Italtel. E’ attaccato al telefonino. Vive nei paraggi da trent’anni ma dal giorno del terremoto è appena tornato a L’Aquila dopo aver soggiornato presso parenti a Bologna. Si preoccupa per i colleghi più giovani. La sede dell’azienda pare sia gravemente danneggiata e li aspettano almeno tre mesi di cassintegrazione, poi si vedrà. La moglie dirige una delle farmacie comunali cittadine. Fatica a ritrovare la speranza, si sente svuotata ma presto tornerà in campo anche lei.
Aquilani vecchi e nuovi, come gli integratissimi immigrati che stanno conquistando nei campi una piena e meritatissima cittadinanza onoraria. Tengono duro, Aiutano, in attesa di tempi migliori. Il campo di piazza d’Armi è per metà multietnico. Lo testimonia benissimo il tendone che fa da chiesa-scuola dove volenterosissime insegnanti si prestano a fare lezione. Classe unica elementare al mattino e, dalla vigilia del 1° maggio, anche una classe unica media che fa lezione di pomeriggio. Si fa quel che si può ma loro ce la mettono tutta, i piccoli come i grandi e pure i frati cappuccini, col loro tendone, fianco a fianco ai cristiani evangelici in un ecumenismo di volontà che fa onore alla vera fede.
I frati stanno censendo tutti i ragazzini de L’Aquila che avrebbero dovuto prendere, e prenderanno ugualmente, i sacramenti della comunione e della cresima in questa primavera. Come pure stanno recuperando i nomi delle coppie che volevano sposarsi e si sposeranno a L’Aquila, davanti a un altare saldato nella necessità di dare nuove vite a una città che non ha smesso un istante di guardare oltre. E sebbene diluvi ancora e le scosse minori continuino, i volontari numerosissimi nel campo stanno scavando, proprio mentre il cronista saluta, per far passare una tubatura che favorisca il deflusso dell’acqua piovana, così da cominciare a tirare le scarpe fuori dal fango, nell’attesa che si accenda finalmente l’estate, ad ardere di un sole messaggero della speranza e della forza necessarie a ricostruire L’Aquila futura. Ben prima di quel piano strategico per il 2020 che, per una beffarda ironia della sorte, campeggia ancora sul sito istituzionale del Comune dall’aprile dello scorso anno, quando nemmeno la circe più spietata avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe accaduto da lì a dodici mesi.

Foto di Ciri Ceccarini (www.ciriceccarini.it)


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