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Dal Secolo d’Italia – 8 Luglio 2009

 

ANNI OTTANTA: IL DECENNIO DELLA LIBERTA’

 

Fu quel periodo a consacrare il ritorno dell’estetica con Tondelli, Nureyev, Freddie Mercury e Jacko

 

di Daniele Priori

 

Se Micheal Jackson fosse nato un secolo e mezzo prima, forse, avrebbe duettato con Richard Wagner. Con quel concetto di “opera totale” che il genio del compositore tedesco riuscì a mettere in scena, trasformando in note, parole e immagini l’idea del crepuscolo degli dei. Così Jacko, la cui fine è una di quelle per le quali si scrive “ha segnato un’epoca”, cantò e ballò la crisi delle ideologie e dei movimenti degli Anni Settanta, con la leggerezza, il ghigno e l’irriverenza di chi non deve spiegazioni a nessuno, sconvolgendo il mondo sull’onda di suoni fantasmagorici, popolari e campionati, come andava allora, di plastica eppure tremendamente affascinanti fino a divenire senza età. Così come furono unici, indubbiamente, gli Anni Ottanta che, con la morte di Micheal Jackson, celebrato proprio in queste ore in un irripetibile show esequiale degno di un re, si pongono all’attenzione della critica come un periodo a parte. Il decennio che ha trasmesso ideali, modi di vivere, oggetti cult e certamente miti, molti dei quali negativi, alla generazione che oggi si avvicina ai trent’anni. Quella che dai sociologi e dai giornalisti, dai politici e perfino dagli artisti che l’hanno di fatto messa al mondo è stata definita in mille modi: “generazione sms”, “generazione mille euro” e chissà come ancora. Quando in realtà, probabilmente, gli Anni Ottanta vanno riletti, semplicemente sulla base di tutte le incoerenze che pure hanno tradotto in vita, opere, donne e uomini quello che è stato a tutti gli effetti il decennio libertario. In Italia, in particolare, di rottura perché stanco delle vecchie lotte di strada, violente, in nome di concetti e divisioni muro contro muro, quartiere contro quartiere, che non trovavano più spunti e ragioni. Posto che tante assurde morti di ragazzi ne abbiano mai avuti di validi e sufficienti ad autoassolversi. Di pastura perché la ricchezza, dopo tanta austerity predicata come vangelo, cominciava a toccarsi con mano. A scapito delle casse pubbliche ma questo è pur sempre il nostro Paese. Il mondo anglosassone, infatti, conosceva le dottrine di Reagan e della Thatcer. Tutta un’altra storia.

Così Thriller, anno 1982, impazzava con l’impareggiabile “moonwalk” di Jacko, illusionistica passeggiata sulla luna al ritmo di una musica tutta nuova,  mentre l’Italia del pallone impazziva dietro i gol mondiali di Paolo Rossi e la ipermediatica presidenza della Repubblica del laico Pertini. Attraverso quelle note e le immagini del video, altrettanto mitico, diretto dal regista John Landis passava la rivoluzione copernicana nella musica e nel costume in corso in tutto l’occidente. L’individuo e la sua libertà divennero il fine. Il corpo, talora, il semplice mezzo per giungere all’obiettivo.

Micheal Jackson, cantautore afroamericano, nativo dell’Indiana, con la voce e i tratti somatici sempre più vicini a quelli occidentali, eppure con una capacità oltre il comune di cantare, da bianco, contro ogni razzismo, mise anzitutto in crisi il concetto che fino ad allora aveva portato avanti la lotta dei neri per i diritti civili, il cosiddetto blackpower.

A dominare, infatti, da Micheal Jackson in poi, non era più l’idea di una rivendicazione collettiva in nome, ad esempio, del colore della pelle ma la libertà aveva iniziato a danzare, seguendo il passo ritmato dell’affermazione individuale. Con i contorni sottili e talora fragili di un occidente ai confini di una fondamentale notte prima degli esami nei quali ancora proprio i corpi eserciteranno una forza e un potere decisamente superiori a quanto non era avvenuto neppure nel maggio parigino del ’68.

Il giornalista trentino Paolo Morando, in questo senso, nel suo libro “Dancing days – 1978-1979 i due anni che hanno cambiato l’Italia” (Editori Laterza 2009) offre una serie di punti di vista incentrati sull’attimo precedente. Durante il quale addirittura sulla tv di stato ebbero vita fenomeni come la trasmissione Styx di Enzo Trapani. Era l’ottobre del 1978 e un cast di scatenati, da  Tony Renis a Angelo Branduardi, e di donne, tra le quali in prima fila c’erano Ombretta Colli e Patty Pravo, attorniate da un corpo di ballo lascivo e discinto, metteva in scena l’improbabile, tanto da essere censurato alla sesta puntata. La settima ed ultima non andò mai in onda. Stryx, tuttavia, fece di più in quanto lanciò il sasso che, forse inevitabilmente, diede un ideale via libera ad almeno altri due programmi che fecero a loro volta epoca, sulle reti libere e berlusconiane però nate nel frattempo: Drive In su tutti, dal 1984, e poi Colpo Grosso nei quali, sia pur con i toni debordanti almeno quanto i primi seni siliconati, riecheggiava la provocazione che Pasolini, rileggendo Boccaccio, aveva lanciato più di dieci anni prima con il Decameron: fare l’amore in paradiso non è peccato.

Alla pari va detto che l’esposizione dei corpi ad ogni intemperie storica e sociale costò cara a molti. E proprio gli Anni ’80 furono i tragici testimoni di fenomeni come il dilagare della droga, da cui in breve dagli Stati Uniti si diffuse l’Aids che colpì fatalmente per prima e con una drammaticità senza pari la comunità gay internazionale. Basti pensare che in Italia l’Aids ci sottrasse le arti e i pensieri divinamente scritti da penne brillanti come quelle, purtroppo tra le altre, di Dario Bellezza (Invettive e licenze, Lettere da Sodoma, Testamento di sangue) e Pier Vittorio Tondelli (Altri libertini, Rimini, Camere separate),  per non dire di artisti internazionali ugualmente simboli del decennio libertario quali furono il leader dei Queen, Freddie Mercury e il suo compagno, il grandissimo ballerino Rudolph Nureyev, scomparsi per lo stesso male a due anni di distanza, nel 1991 e nel 1993.

Cantava segretissimamente Freddie nel 1989: “Sono solo i frammenti dell'uomo che ero solito essere/Troppe lacrime amare si stanno riversando su di me/Sono molto lontano da casa/E sto affrontando tutto questo da solo da troppo tempo/Mi sento come se nessuno mi avesse mai detto la verità/Nella mia mente piena di confusione/sto guardando indietro per scoprire dove ho sbagliato/ Troppo amore ti ucciderà/Se non riuscirai a deciderti/diviso tra l'amante e l'amore che lasci indietro/ Vai incontro ad un disastro/perché non hai mai letto le indicazioni…”

Solo nel 1995 fu diffusa la struggente registrazione del leader del Queen che canta come di troppa libertà si possa anche morire.

 I corpi, però, furono anche i testimoni positivi quanto drammatici dell’ideale di libertà portato avanti dagli studenti nel mondo. A tutti i costi.

Molti giovani, in tutto 133 persone, prima del 9 novembre 1989, quando il Muro di Berlino si stagliava ancora, vergognosamente fiero, a dividere inopintamente l’Europa, furono uccise dalle guardie di frontiera. Messe lì a sparare contro l’irrefrenabile voglia di libertà che vedeva il Vecchio Continente diviso mentre altrove si cantava, appunto, la fine di ogni barriera. A Pechino il corpo esile di un ragazzo, calzoni neri e camicia bianca, come un cameriere qualsiasi, fermò coraggiosamente una colonna di carrarmati diretti in piazza Tienammen in quel 5 giugno di sangue del 1989 durante il quale morirono a migliaia. Oggi, dopo vent’anni, abbiamo scoperto che quel ragazzo pare sia ancora detenuto presso un manicomio in Cina.

Erano ancora gli Anni Ottanta quando, nel 1985 proprio Micheal Jackson e Lionel Richie scrivevano la splendida We are the world, corale conclusiva del primo Live Aid, presa di coscienza ante litteram del mondo delle note e dello showbusiness su temi come la povertà e l’ambiente. Sui quali, se davvero ci è cara la libertà di tutti, esortavano, si deve discutere e prendere decisioni. Frasi quanto mai attuali nei giorni dell’importante G8 a L’Aquila. Mentre Micheal Jackson e la sua epopea carica di simboli e di idee ci salutano, portandosi dietro un po’ di tutti noi sui passi del Moonwalk.


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