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I ribelli si riconoscono solo in Berlusconi e fondano gruppi consiliari del “Partito della libertà”

 

LA DIASPORA INFINITA DEI FORZISTI ROMANI

 

Vertici locali travolti dal dissenso, in provincia va di moda il passaggio all’Udc

 

Da L’INDIPENDENTE – 6 Settembre 2006

 

Dov’è finita l’anima di Forza Italia? Dov’è finito quel famoso “spirito del 1994” che animò i molti club azzurri che sorsero in un battibaleno anche a Roma e dettero la stura alla nascita di quello che allora si chiamava Polo delle Libertà?

Sono questi gli interrogativi principali di un movimento politico, Forza Italia appunto, che lungi dall’essere in realtà mai diventato un vero partito, dopo dodici anni di vita, due stagioni di governo, una sconfitta politica sul filo di lana e un radicamento sul territorio forse troppo labile e disorganizzato, va logorandosi sempre di più.

L’estate non ha portato consiglio, anzi. Se prima delle Politiche e delle disastrose Amministrative c’era stata nel partito la fuga, soprattutto verso l’Udeur, animata dall’ex assessore regionale della giunta Storace e campione di consensi, Marco Verzaschi, e verso la Rosa nel Pugno (l’ex capogruppo in Campidoglio Roberto Lovari); passate e perse le Comunali di Roma il campo di battaglia è diventato proprio il partito in sé. Con i vertici regionali, neppure in senso troppo lato, messi alla sbarra un po’ dappertutto.

Da un lato Beatrice Lorenzin, coordinatrice regionale a giudizio di molti inadatta al ruolo troppo complicato in una regione come il Lazio, con la grana capitolina più impigliata e ingestibile che mai. Dall’altro, e con altri guai in aggiunta, l’ex vicepresidente della Regione Lazio, Giorgio Simeoni rimasto invischiato assieme all’altro ex assessore regionale ex di An, passato a Forza Italia, Giulio Gargano addirittura, quest’ultimo, finito in manette dopo le confessioni della cosiddetta Lady Asl sulle concessioni e i fondi alle cliniche private del Lazio.

Sconfitte politiche e schiaffi giudiziari, un cocktail che ha aizzato ancora di più il malcontento che già soffiava nella base del partito. Tanto da rendere, come detto, praticamente ingovernabile la Roma azzurra.

L’incognita più grande (e forse al momento più pericolosa) proviene in questa fine estate proprio dall’ormai vecchia idea di partito unitario.

Rilanciata da Berlusconi nei giorni scorsi al meeting di Comunione e Liberazione, puntando solo sull’idea di un moderatismo vicino alle istanze dei cattolici, nelle piazze italiane il Partito delle Libertà prende forme confuse che, pericolosissimamente, si rifanno proprio al nome e forse all’idea di Silvio Berlusconi ma di fatto si ostinano a remare contro la dirigenza locale del partito, voluta proprio dallo stesso Silvio Berlusconi in risposta ai precedenti sommovimenti, quelli cioè che precedettero le elezioni politiche.

In questo senso in ben dieci municipi della Capitale si sono creati gruppi denominati appunto Partito delle Libertà.

A guidarli i fratelli De Lillo, uno, Stefano, consigliere regionale, l’altro, Fabio, consigliere comunale impegnato soprattutto nel XVIII Municipio.  Assieme a De Lillo, Marco Paolemili (XVI Municipio) Alessandro Vannini, Michele Baldi, Marco Pomarici, Antonio Augemma e Pasquale De Luca nel XVIII appunto.

Prese di posizioni dure, quelle emerse dopo le Amministrative che, però, ci tenevano a precisare già da allora i componenti del gruppo di azzurri in protesta che la stampa ha ben presto definito “scissionisti”, non erano contro Forza Italia ma per recuperare Forza Italia alle sue vere radici che sono di partecipazione popolare e non di scelte calate dall’alto.

La musica, insomma, è sempre la stessa. Si rimprovera ai leader locali del partito di Berlusconi di non avere il contatto con l’elettorato, con la gente di Forza Italia, che solo il presidente (in teoria il più lontano di tutti, almeno logisticamente) riesce invece a mantenere.

Ad aggiungere sale sulle ferite ci sono state anche altre piccole scosse originate sul territorio della provincia di Roma. Un caso che ha animato non poco, ad esempio, la piazza politica azzurro, dalle parti di Albano Laziale, a meno di trenta chilometri dalla capitale, è stata la fuoriuscita del sindaco della città Marco Mattei, già responsabile regionale azzurro per i rapporti con gli enti locali, passato all’Udc. Mossa che ha letteralmente svuotato la sezione locale di Forza Italia. I sei consiglieri comunali azzurri di Albano non hanno esitato, infatti, a sottolineare e a seguire la mossa del primo cittadino, entrato ormai nel secondo anno del secondo mandato , accasatosi sotto lo scudocrociato di Casini.

Con le ultime Amministrative di primavera, poi, sono andate perse anche roccaforti come Civitavecchia e Pomezia dove a “regnare” era l’eurodeputato sindaco Stefano Zappalà.

Unico caso in controtendenza, dove pure l’idea di dare vita a un partito unitario sta facendo discutere non poco, è Marino, sempre nella riottosa provincia romana.

Nella cittadina della Sagra dell’Uva l’idea “unitarista” è stata lanciata dal capogruppo in Consiglio comunale di Forza Italia. Senza, però, che nessuno precisasse quali fossero i rapporti, ad esempio, proprio col famoso duo Simeoni-Lorenzin.  Un clima che, però, se ai Castelli resta sereno variabile, forse in attesa dei congressi comunali e provinciali previsti prima della fine dell’anno, a Roma è da tempesta appena precedente all’uragano. Le speranze che qualche ottobrata romana rimetta a posto le cose sono davvero scarse. Ci vorrà ben altro. Forse, ancora una volta, un intervento diretto di Silvio Berlusconi.

 

DANIELE PRIORI


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