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Da “L’INDIPENDENTE”  -  Domenica 30 Ottobre 2005

 

L’ANNIVERSARIO

 

Trent’anni fa moriva il Genio di Casarsa

 

PIER PAOLO PASOLINI

 

“Intellettuali, voi non capite

 

di DANIELE PRIORI

 

Pochi giorni fa se n’è andato Sergio Citti, l’amico romano, più romano di tutti, di Pier Paolo Pasolini. L’allievo regista, mai uscito dalla suburbia, che per primo al poeta friulano ha insegnato il dialetto, le parole giuste, il passaporto con cui arrivare laggiù, nei bassifondi, dov’è arrivato tragicamente Pasolini. Ché l’omosessualità per lui era un demone, non qualcosa per cui lottare o chiedere diritti. Era il demone necessario. Il complice della sua arte postmoderna e classica.

Sergio Citti più di tutti, negli ultimi mesi, s’è ingegnato a riaprire un caso che in realtà non è stato mai chiuso. Le indagini sulla morte del regista di cui, nella notte tra il primo e il due novembre, cade il trentesimo anniversario.

Pasolini, l’autore degli Scritti corsari, il critico più duro della borghesia, il comunista eretico cacciato dal Pci perché omosessuale, il cantore della ruralità profonda dell’Italia, riscoperto dalla destra, innamorato delle borgate romane colonizzate dalla sinistra. Lo scrittore delle Lettere luterane, sempre sul Corriere della Sera e sui più grandi giornali che ha usato l’ultima lettera luterana, pubblicata sul periodico Il Mondo, l’ha scritta a Calvino per dire basta a un concetto trito e ritrito, addirittura volgarizzato, come l’antifascismo, divenuto litania.

Perché Pasolini una presunzione (giusta) ce l’aveva. Di conoscere il mondo. Di conoscere l’Italia. Di impazzire dietro le parole dei politici perché, è vero, un cancro doveva esserci. Ma quelli non erano i dottori giusti.

Trent’anni. Anniversario esiziale. Proprio attorno a questa data, l’Anno Domini 2005, che, in verità, non riguarda (forse non a caso) solo la morte di Pasolini,  si sono riaperti i grandi casi degli Anni ’70: dal rogo di Primavalle in cui persero la vita i fratelli Mattei, eredi di un onesto e proletario segretario di una sezione romana dell’Msi, fino alla follia del Circeo che ha visto un tristissimo bis, proprio quest’anno, ad opera dello stesso autore, quell’Izzo che allora, assieme al suo gruppo, si dipingeva come di destra, giustificando così un profondo e folle sentimento misogino.

Inutile dire che in quegli anni, immediatamente prima della morte di Pier Paolo Pasolini, l’intellighentija di sinistra si arrovellò e pronunciò giudizi forti contro il fascismo di ritorno.

Ma cos’era questo fascismo di ritorno? E chi lo rappresentava? Con una dichiarata iperbole Pasolini lo ritrovava nel Petrolio e nei suoi maneggiatori borghesi contro i quali si stava scagliando nell’incompiuta opera che, l’ha scritto lui stesso, poteva essere quella che avrebbe occupato l’ultima parte della sua vita. Così come è stato. Di sicuro per il  cancro sociale, il “genocidio del popolo italiano” denunciato dal regista sulle pagine del Corriere della Sera gli imputati che Pasolini avrebbe voluto mettere sotto processo erano i responsabili del Sistema. In primo luogo i democristiani. Come annotano sia il poeta erede di Pasolini, Dario Bellezza, sia lo storico Massimo Consoli. Di sicuro non c’erano i ragazzi di piazza Winkelmann, ovvero Pelosino “la Rana” e i suoi compari. Quelli erano i ragazzi di vita, sempre i soliti. I sottoproletari che forse non si riconoscevano più in una sinistra non interessante e che, per questi motivi, magari prima di andare a fare marchette alla Stazione Termini, si aggregavano attorno alle sezioni del Movimento Sociale.

I nemici, però, nonostante tutto, non erano loro ma i silenzi, la vera mancanza di coraggio di molti altri. Nomi ancora oggi attuali che Pasolini ha scritto nella sua ultima lettera luterana, datata 30 ottobre 1975, due giorni prima di morire, indirizzata a Italo Calvino. Tema proprio il dramma del Circeo. Una serie di inediti “perché” che nessuno, tra gli intellettuali, si era posto. “Nessuno – scriveva il poeta friulano – è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti ed approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora è il silenzio, che è cattolico. Per esempio il silenzio di Giuseppe Branca, di Livio Zanetti, di Giorgio Bocca, di Claudio Petruccioli, di Alberto Moravia, che avevo nominalmente invitato a intervenire in una mia proposta di processo contro i colpevoli di questa condizione italiana che tu descrivi con tanta ansia apocalittica: tu, così sobrio (…) Ho da ridire che tu crei dei capri espiatori che sono parte della borghesia, Roma e i neofascisti.(…) La cancrena non si diffonde da alcuni strati della borghesia (romana) (neofascista) contagiando il paese e quindi il popolo. Ma c’è una fonte di corruzione ben più lontana e totale”.

Discorsi, frasi, assolutamente in tema con il personaggio e con la continua aria di denuncia più socio-antropologica che politica. Forse per questi motivi l’inchiesta riaperta dalla magistratura a maggio di quest’anno si è chiusa nuovamente. Pasolini viveva il pericolo reale, lo sublimava nella sua vita bruciata come dichiarava nell’ultima intervista concessa a Furio Colombo la sera del 1 novembre 1975, rivolto agli intellettuali di sinistra:”Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo…E’ come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose”.

Siamo tutti in pericolo, insomma. Ci ammoniva. E i suoi rischi li aveva annotati nella sua ultima opera compiuta, Divina Mimesis:”Ripeti all’infinito la parola sesso: che senso avrà alla fine? Sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso…Il mondo diventa oggetto di desiderio di sesso, non è più mondo, ma luogo di un solo sentimento, questo sentimento si ripete…la sua voglia è senza fine; ne avrà di maschi…finché ne troverà uno che ce l’avrà così grosso che l’ammazzerà…’

Altri giovani l’hanno trovato sul campetto di calcio, all’Idroscalo, quel 2 novembre di trent’anni fa. Si facevano chiamare “Mocciolo” e “Er gazzella”. Per rispetto quella mattina annullarono la partita in quel posto che, come annotava con evidenza Il Corriere della Sera del giorno dopo, Pasolini aveva scelto per girare il film della sua morte. I ragazzi di vita, quegli stessi che Dario Bellezza nella poesia dedicata alla fine del maestro esortava a piangere perché, con realismo, “nessuno più di voi può essere lì dove Pier Paolo voleva vivere e operare”. Dove, cioè, l’ideologia stava finendo ed è finita. Dove Pier Paolo cercava quel cancro sociale “che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente”. E lui, anche quella sera, mentre gli altri intellettuali parlavano della Luna, era lì, all’inferno:”Lo sanno tutti – fu la sua ultima risposta – che io le mie esperienze le pago di persona. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo”. 


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