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Da L’Indipendente delle Idee – 20 Novembre 2006

 

Tribù. Accanto ai pasoliniani storici ci sono i giovani continuatori dell’opera del poeta: da Claudio Marrucci a Pierluigi Cappello, da Aldo Onorati a Giordano Meacci

 

DOPO LE VESTALI E I CUSTODI ARRIVA UNA NUOVA GENERAZIONE DI PASOLINIANI

 

Lo scrittore ha mantenuto la capacità di dividere e di provocare anche dopo la sua morte. I gruppi che oggi si richiamano alle sue idee continuano a polemizzare duramente persino sulla genesi e la dinamica dell’omicidio all’Idroscalo di Ostia

 

di DANIELE PRIORI

 

Pasolini e il suo mondo. Come se trentuno anni non fossero trascorsi. O forse, come se lui, il genio, fosse ancora vivo. Sono davvero in tanti a custodire nel cuore il ricordo della tenerezza, del coraggio, della versatilità artistica del maestro di Casarsa. In Italia e all’estero l’ondata commemorativa dello scorso anno, nel trentesimo anniversario della orribile morte, non ha scalfito minimamente la volontà di continuare a ricordare e rivivere quelle atmosfere, a rileggere quegli scritti corsari, in poesia e prosa, a guardare una volta di più le splendide pellicole che Pasolini ci ha regalato.

La prima, la più gelosa e devota custode dell’opera pasoliniana all’indomani della sua scomparsa fu in assoluto Laura Betti, la cantante attrice, musa di Pasolini, tra i protagonisti di Teorema che, morto il regista, mise in piedi un fondo in sua memoria, con oltre mille volumi inerenti la saga pasoliniana, raccolta donata poi dalla Betti, nel 2003, un anno prima di morire, al Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini di Bologna. Un atto che dette origini a non poche polemiche animate da parte dell’amministrazione comunale di Roma che dovette cedere a Bologna moltissimo materiale. E’ sempre stato così, fino ad oggi. Non c’è stato ancora giorno in cui PPP sia stato trattato con serenità  Ha mantenuto intatta in vita quanto in morte la capacità di dividere, di provocare. Anche tra i suoi stessi discepoli. Presto attorno al ricordo di Pasolini si crearono infatti dei gruppetti, in primis il club patinato dei pasoliniani che quasi si sono impegnati a curarne l’immagine, ci riferiamo chiaramente agli amici più stretti: da Alberto Moravia a Dacia Maraini che di Pasolini, tra i tanti episodi, ci ha raccontato nel bel libro La nave per Kobe (Rizzoli) l’amore della Callas per il poeta, fino a colui che ne è poi divenuto grande biografo, Enzo Siciliano (Vita di Pasolini,  Mondadori). Tra loro, più defilata, troviamo anche Oriana Fallaci che in morte di Pasolini scriverà una struggente lettera aperta, personale e intima. Testimone di una diversità talmente macroscopica tra lei e PPP da far nascere un affetto dolce quanto irrazionale. Almeno quanto poteva essere semplice e senza troppi paroloni quello di Ninetto Davoli, Franco e Sergio Citti, due giovani attori e un regista rubati alla borgata. I ragazzi di vita  e al tempo stesso, loro ancora la incarnavano, quella meglio gioventù che Pasolini tanto amava. Parallelamente, poi, sono emersi con chiarezza anche i sentimenti, spesso persino duri, di chi ha manifestato una forma particolare di attrazione per Pasolini, certamente non agiografica. Tra questi c’è l’ex leader di Lotta Continua, Adriano Sofri che pur avendo più e più volte dichiarato la stima profonda per PPP, certo non si è sottratto dal dar voce alla contestazione che si levò nel movimento studentesco dopo i fatti di Valle Giulia e la poesia pasoliniana dal titolo indicativo Il Pci ai giovani. Testo definito da Sofri, in più occasioni, brutto e mediocre. Tra gli innamorati-iconoclasti collochiamo poi il regista siciliano Aurelio Grimaldi, autore di un film liberamente ispirato alla vita del poeta e cineasta. Ci riferiamo, ovviamente, a Nerolio la pellicola uscita nel 1998 per la quale lo stesso Grimaldi ha lamentato una censura al Festival del Cinema di Venezia rispetto all’altro film, in questo caso un film-documento, realizzato da Marco Tullio Giordana e intitolato Pasolini: un delitto italiano. Divisioni e dibattiti a tutti i livelli, molti dei quali, in primo luogo quello sulla natura e sulla genesi dell’omicidio del poeta all’Idroscalo di Ostia, non sono ancora affatto sopiti. Anzi. In tutto ciò non sono mancate neppure, ovviamente, le canzoni. Hanno tratto ispirazione dalla vita, dalla morte e dalla poesia di Pier Paolo Pasolini, tra gli altri, tre fra i più grandi cantautori italiani: Fabrizio De André  con la splendida Una storia sbagliata “Una spiaggia ai piedi del letto/stazione Termini ai piedi del cuore/una notte un po' concitata/una notte sbagliata”, Francesco De Gregari  con la sua A Pa’ e Renato Zero in Casal de’pazzi “Dimmi di quella poesia/come di rosa/ ferita accesa/ la voce tua che dà/ la voce del tuo coraggio/ a chi non ce l’ha”. Trovate anche le colonne sonore, vale davvero la pena andare a fare una fotografia sul mondo pasoliniano e neopasoliniano. In tal senso c’è subito da dire che la schiera dei cosiddetti pasoliniani, a dispetto del tempo e delle usanze, pressoché tutte cambiate nei trentuno autunni trascorsi da quel tragico 2 novembre dell’Idroscalo, resiste e si infoltisce, pescando proprio tra le giovani leve della letteratura. In questo preciso frangente storico ci piace iniziare il nostro viaggio tra i neopasoliniani citando il coraggio di Roberto Saviano che nel suo Gomorra (Mondadori 2006), vincitore della sezione “Opera Prima” del Premio Viareggio, ha riproposto, proprio sulla scia di Pasolini, un suo personale Io so, mirato con nomi e cognomi contro famiglie e figliolanze varie della Napoli camorristica. Tornando ai narratori, il nostro pensiero va al bravo Mario Desiati, classe 1977, redattore della storica rivista Nuovi Argomenti e autore di un romanzo generazionale e un po’ metaletterario edito da PeQuod e intitolato Neppure quando è notte.

L’opera è ambientata in una alienante metropoli moderna. La Roma di oggi, per esempio.

Facendo però un salto indietro di tre decenni, in quegli anni, in quella Roma ormai trapassata che assisteva alla morte di PPP, esistevano ancora i salotti letterari. Un modo diverso di rapportarsi, di stare insieme. Trent’anni si fanno notare, del resto, per lo più nei mutamenti che riescono a imprimere ai tratti somatici del mondo che ruota dentro le lunghe giornate trascorse per comporli. Trentuno anni che hanno coinvolto e stravolto tanto la società letteraria quanto le persone comuni. Due mondi che, allora molto più di adesso, riuscivano ad entrare in contatto, rendendosi utili a vicenda e in qualche modo contaminandosi. Basti pensare alla maniera triste e barbara in cui Pasolini è morto: ucciso da una marchetta, un figlio del popolo. La sua vita, però, fu anche indubbiamente quella. Nelle notti balorde, almeno, e nei suoi libri. Impossibile, infatti, e lo notarono prima di tutti Alberto Moravia e Dario Bellezza, non citare la Divina Mimesis, l’opera teatrale messa in scena postuma nella quale si recita chiaramente: “Ripeti all’infinito la parola sesso: che senso avrà alla fine? Sesso, sesso, sesso, sessso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso…Il mondo diventa oggetto di desiderio di sesso, non è più mondo, ma luogo di un solo sentimento, questo sentimento si ripete…la sua voglia è senza fine; ne avrà di maschi…finché ne troverà uno che ce l’avrà così grosso che l’ammazzerà”.

Ancora: i grandi prati della periferia est della Capitale, al Portonaccio, o una spiaggia siciliana dove queste pratiche, al pari di riti spesso collettivi, si consumavano e venivano narrati nell’altra opera incompiuta, assemblata e pubblicata post mortem in appunti e intitolata Petrolio.

Il fronte della cosiddetta letteratura gay deve certamente molto a Pasolini. Dacia Maraini lo spiegava di recente, ricordando proprio Dario Bellezza alla fine dello scorso mese di marzo, decimo anniversario della scomparsa del poeta trasteverino. Secondo l’autrice de La lunga vita di Marianna Ucrìa fu proprio Bellezza ad essere  il primo erede di Pasolini, almeno sul fronte della lirica:”Dario ebbe un rapporto di particolare vicinanza con Pasolini, più di chiunque altro. Ciò derivava dal fatto che erano entrambi poeti. Di  Pasolini sentiva il prestigio e la maestria”.  Prorprio Bellezza col suo primo amico, Massimo Consoli, padre storico del movimento gay italiano, dal 1976 hanno dato il via alle celebrazioni spontanee all’Idroscalo ogni 2 novembre a mezzogiorno. Fino a quando, anche sulla scorta del cliccatissimo sito www.pasolini.net curato da Angela Molteni un gruppo di pasoliniani tra i quali il maestro scultore Mario Rosati decisero di innalzare un monumento alla memoria di Pasolini, esattamente nel punto dove il grande poeta esalò il suo ultimo respiro da vivo.

Tornando all’ambito più strettamente poetico, va detto che Pasolini a Roma fu considerato alla stregua di un caposcuola. Assieme a Bellezza seguirono la scia del genio di Casarsa altri autori come Amelia Rosselli, la figlia del patriota Carlo, la quale condivise con Bellezza oltre a un amore non corrisposto anche l’anno della morte che la povera Rosselli s’impose con le sue stesse mani suicidandosi nel gennaio del 1996.

Nel 1963, anno in cui PPP scoprì e commentò i versi della Rosselli, ebbe a dire della sua scrittura poetica che si componeva “di lapsus, versi fatti di distrazione quindi, di una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali”.

Dario Bellezza era invece, a giudizio di Pasolini, “il miglior poeta della nuova generazione”. Correva l’anno 1971.

Antonio Veneziani, da par suo, poeta e editor, scopritore di giovani talenti letterari e nella fattispecie poetici seguì la scuola romana, pasoliniana, nel racconto della quotidianità, di una città intima e spesso brutale. In poesie ma anche in una prosa fatta di documenti, testimonianze arrivate direttamente dal marciapiede e riportate nel bel libro, scritto a quattro mani con Riccardo Reim e icasticamente intitolato I mignotti pubblicato alla fine degli Anni ’90.

Pasolini è stato tuttavia anche il cantore dei paesaggi e delle vite del suo Friuli. Meravigliosi sono i versi dialettali, quelli delle Poesie a Casarsa e della Meglio Gioventù. Sulla sua scia una delle ultime rivelazioni della poesia dialettale friualana e non solo, il trentanovenne Pierluigi Cappello che magnificamente all’indomani dell’uscita della sua prima raccolta Assetto di volo (Crocetti 2006) spiegava il perché dell’uso del friulano: “Lo uso quando l’italiano non ci arriva. Quando parlo d’amore lo faccio sempre in friulano. Dare carne all’amore è un’espressione che solo il friulano sa rendere così bene”. Tra il Friuli e la Tunisia vive il cugino affezionatissimo di Pasolini, Nico Naldini che nel 1988 ha curato per i tipi della Einaudi la raccolta della sua intera corrispondenza col cugino Pier Paolo, millecinquecento pagine divise in due volumi.

Campagna friulana ma anche campagna romana. Pier Paolo Pasolini, infatti, dopo il suo arrivo a Roma toccherà spesso i Castelli Romani. Inizialmente, ancora sconosciuto, come professore nella scuola media Francesco Petrarca di Ciampino. Tra gli allievi di quella I media del 1952, c’è  un ragazzino bocciato: si tratta di Vincenzo Cerami, futuro sceneggiatore de La vita è bella il film premio oscar di Roberto Benigni. Episodio che, tra gli altri, si trova nel bel libro di Giordano Meacci, egli stesso castellano, classe 1971, che non ancora trentenne, nel 2000, andò a Ciampino, a pochi chilometri da casa sua sulle tracce degli allievi di PPP e ne trasse un bel libro, per i tipi dell’editrice Minimum Fax intitolato Improvviso il Novecento. Pasolini  professore. Da qualche anno il Comune di Ciampino ha dedicato a Pasolini la biblioteca civica. La provincia romana, tuttavia, non finisce di stupirci. Tra gli affezionati del genio di Casarsa troviamo anche Aldo Onorati, scrittore simbolo e memoria storica dei Castelli Romani, autore di due libri cult sulle colline attorno alla Capitale, intitolati La sagra degli ominidi e L’olocausto degli ominidi paragonati dai critici a una sorta di versione bucolica della saga pasoliniana dei ragazzi di vita.

A Pomezia, invece, poco più a sud dei Castelli Romani, verso mare, cresce invece in maniera più che promettente il giovanissimo e provocatorio Claudio Marrucci, classe 1986, autore di una urticante raccolta di racconti intitolata Una sorda rabbia (Editrice Ianua) con l’obiettivo di demolire tutti i luoghi comuni, soprattutto quelli politically correct.

E a proposito di provocazioni ci piace pensare a un ennesimo strappo all’insegna della trasgressione intellettuale se proprio andando a scorgere tra le pagine dell’ultimo discusso libro di Walter Siti, Troppi paradisi (Einaudi 2006) troviamo la forma romanzata delle cronache che attualissime ci sono giunte, non più tardi della scorsa estate, dal frivolissimo mondo delle starlette televisive. Esattamente quello che Pasolini avrebbe odiato. Forse si tratta del contrappasso alla fine di un lavoro monumentale e meritorio messa a segno proprio da Siti tra il 1998 e il 2003: la raccolta e la pubblicazione dell’opera omnia pasoliniana per i Meridiani di Mondadori. Un’impresa da ventisettemila pagine. Nessuno meglio di lui può aver capito l’ironia della vita. Nessuno meglio di lui conosce gli scritti di Pasolini. Un genio del quale è davvero difficile tenere le fila degli ereditieri e delle eredità. Basterebbe limitarsi a insistere nel leggerlo, a non dimenticarlo, non perdendo mai quel piacere e quella soggezione, specie per i più giovani, capace di tenere avvinti tra la realtà e il sogno, tra il peccato peggiore e la catarsi di un ennesimo Edipo o di una Medea. Metafora mai persa di un’attualità senza tempo. Proprio come Pasolini.


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