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In questa
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- Pride 2001: la marcia dei giganti
- Rileggendo Pasolini: Amado mio, racconto
proibito e senza tempo
- Pasolini, tenerezza e violenza alla fine
della "meglio gioventù"
Pride 2001: la marcia dei giganti
In 50.000 a Roma
per dire basta alle discriminazioni - Luxuria non fa i nomi dei
sette Vip: “Mi hanno minacciata”
Duri col Governo
della Destra i gay non tralasciano critiche all’Ulivo. Fischiato
Veltroni
Roma – Un giorno
per essere orgogliosi, un giorno senza discriminazioni, nonostante
la quotidianità che opprime, nonostante la Destra al Governo, serva
del Vaticano, nonostante l’ipocrisia della Sinistra. Insomma è di
nuovo Gay Pride a Roma. Sembra passato poco tempo dall’edizione che
tante polemiche provocò lo scorso anno, a causa della concomitanza
con il Giubileo. Ti risponde Vladimir Luxuria, sul carro del Circolo
Mario Mieli, mattatrice dell’edizione appena celebrata:”Il Giubileo
è passato, il Gay Pride no”. Applausi, musica, balli e tanta gioia
alla manifestazione della gaiezza autorizzata, che tuttavia
quest’anno, è stata forse, più ghettizzata . Il sindaco Veltroni
(presente nella precedente edizione) ha infatti messo in pratica il
caro vecchio cerchiobottismo. Ha dato un patrocinio solo morale
(dimostrato dal fatto che gli assetati hanno dovuto bere l’acqua
delle autobotti n.d.r.), mandando come inviata Franca Coen, a
leggere un messaggio per tutte le stagioni in cui si certficava
“l’impegno quotidiano dell’Amministrazione per il rispetto dei
diritti civili e la lotta contro ogni forma di intolleranza”, salvo
poi non prendere parte al corteo, forse un po’ imbarazzante, per
motivi istituzionali. Roma, sindaco a parte, si è dimostrata
comunque città aperta. Una grande folla di partecipanti: 10.000 si
diceva. La Questura, come al solito, tagliava la testa al toro e si
assestava a quota 30.000. Gli organizzatori hanno “accertato” la
presenza di 50.000 persone. Numeri, poco più, comunque
significativi. Quella di Roma era infatti la festa conclusiva di un
mese intero, il mese del Pride, che si è composto di quattro
manifestazioni: Verona, Milano, Catania prima della Capitale. Una
lezione di libertà. Questo era lo slogan scelto dalla CGIL, unica
componente della Sinistra che fu di Governo ( Rifondazione a parte)
ad essere scesa in piazza. Proprio l’ennesima ipocrisia, doppia se
si pensa alla solidarietà pelosa dell’anno scorso, da parte della
Sinistra è costata a Rutelli e all’Ulivo tanti fischi,
proporzionalmente non molto inferiori a quelli toccati alla Destra
“servile e clericale” che sta a Palazzo Chigi. La Destra è stato
l’obiettivo principale del Circolo Mario Mieli. Attaccati al carro
che apriva la sfilata un Bossi e un Berlusconi un po’ “mariuoli”
sospesi alle braccia di un austero cardinale. Inutile spiegare il
senso. Un cammino lungo partito alle 17,00 da Piazza Esedra, sceso
per Via Cavour, lungo la quale sono state bellissime le scene sotto
le finestre. Tutti affacciati a dare consenso e a rispondere ai
saluti che provenivano dal popolo gay. Tanti i giovanissimi a
sfilare, molti di più dello scorso anno. Diciassettenni, diciottenni
che si tenevano per mano col loro compagno di classe preferito che,
non lo possono dire mai, ma è anche il loro ragazzo. Significativa
come sempre in questi casi la sosta al Colosseo, simbolo della
Storia e del potere imperiale, ma anche luogo di tante storie, di
tante vite sbranate, di tanta crudeltà: il martirio della diversità
che deumila anni fa era quella religiosa. Allora infatti i diversi
erano i Cristiani, vittime di un ingiusto e sanguinoso ostracismo,
ma questo la Chiesa il più delle volte sembra non ricordarlo. Alla
fine al Circo Massimo le parole, piccole testimonianze, la
conclusione del 7 luglio 2001, festa di libertà, un’altra data da
ricordare, che forse, però, a differenza dell’8 luglio 2000, non
resterà scritta sui libri di scuola. I ragazzi perbene, infatti, la
politica, il Vaticano, e anche, questo è più grave, alcuna stampa
perbene l’hanno ignorata totalmente. I neofascisti di Forza Nuova
l’hanno confusa e strumentalizzata, scatenando solo tanta rabbia, ma
sortendo di fatto pochi risultati: alla loro società dei soprusi e
delle coercizioni, infatti, non ci vuol credere proprio più nessuno;
i sette Vip hanno tremato per i nomi e cognomi poi non detti da
Luxuria, hanno miacciato querele o chissà cos’altro, transformandosi
d’impatto di fronte a quella piazza di coraggiosi in sette ridicoli
nani. Tutto questo mentre i 50.000 giganti continuavano a sfilare,
in quelle vie negate al loro amore per 364 giorni l’anno e con la
speranza che un giorno, manifestazioni di orgoglio, parate
liberatorie come è appunto il Pride, siano sotituite dal diritto
finalmente acquisito di amare liberamente la persona di cui si è
innamorati, in qualsiasi angolo di mondo, nel rispetto di tutti e di
ciascuno, ma soprattutto in ossequio a quella “norma” di vita delle
vere deomcrazie che è la libertà di ogni individuo. Pilastri di una
società davvero moderna in cui il Pride non sarebbe più necessario.
Rileggendo Pasolini: Amado mio, racconto
proibito e senza tempo
Il Friuli
Venezia Giulia, Casarsa. Quella gioventù ancora da sogno,
dionisiaca, che poco aveva a che fare con l’orrenda periferia romana
e i “fii de ‘na mignotta” di Ragazzi di vita. Una fanciullezza,
quella di Pier Paolo Pasolini, che si disegna sui volti di quei
ragazzini, sulle “storie anormali”, velate di normalità che
giacciono sulle praterie della materna Casarsa, fatta passare nel
romanzo per Marzins, poco distante dall’amato villaggio, sulle rive
del Tagliamento, a mrgine delle sagre agostane di un paese della
campagna friulana qualche anno dopo la guerra. Una sola ragazza
compare nel romanzo breve pasoliniano “Amado mio”, scritto che fa
coppia con un altro testo spurio di Pasolini, “Atti impuri”,
pubblicato nello stesso volume edito da Garzanti, rimaneggiato con
non poca fatica dalla curatrice Concetta D’Angeli. Più
autobiografico quest’ultimo, o meglio, riferito ad un’altra età del
protagonista, appena laureato, che, sebbene nei due lavori alterni
l’uso della prima e della terza persona, è, per entrambi i racconti,
inconfondibilmente Pier Paolo Pasolini.
In Amado Mio, un vero e proprio idillio dal sapore
ellenico-georgico-virgiliano, troviamo la storia di un gruppetto di
ragazzi, tra i quali sembra non esistano le barriere etico-sociali,
invece fortemente inculcate nella nostra cultura, specie nella
cultura dei bifolchi contadini friulani di mezzo secolo fa.
L’omosessualità, mai nominata per volere esplicito dell’autore,
chiarito tra l’altro nella prefazione, è assolutamente latente,
normale, disarmante. Non solo nel personaggio principale, Desiderio,
piccolo gigolò “bocca di rosa” dell’altra sponda, vittima di un
amore seminappagato e dilaniante, ma anche nei restanti fanciulli
che compaiono: un po’ complici, un po’ vittime, destinati a cadere
prima o poi tra le braccia del divino efebo. Renzo Paris su “il
manifesto” ha scritto in merito al personaggio di Desiderio: “ è
frivolo, provocatore, checca. Pretende baci da tutti i ragazzi della
comitiva e soprattutto da uno di loro, soprannominato Iasis, il
quale lo farà ingelosire presto.” Quello che però è singolare in
tutta la storia è il fatto che se, come è, Desiderio è checca,
frivolo e provocatorio, forse corruttore dei più giovani, (accusa
mossa più volte a Pasolini stesso), è altrettanto vero che
l’omologazione sociale presente nel racconto è tanto forte da non
far notare la differenza tra la “checca” Desiderio e tutti gli altri
“normali”. E’ un grande gioco, complice l’estate, il caldo che
costringe spesso i giovani ad un’ostentata e sottolineata nudità,
con il Tagliamento e le sagre paesane a fare da sfondo.
L’ambientazione e lo stile letterario sono fortemente neoclassici,
fuori dal tempo, destinati però a creare scandalo in un’Italia pur
sempre dominata dai campanili. Tuttavia Pasolini sembra non avere
paura di dire l’indicibile. Se la ride nella prefazione, parlando di
“peccato che non oso scrivere”. Fa capire in sostanza: pensate ciò
che volete sul mio conto, confermando ancora una volta la sua natura
di un uomo libero, protagonista, (oltre che scittore) di una vita
violenta, la sua, travagliata, bifronte, da checca. Alla fine triste
e sempre in bilico, come l’amore di Desiderio e Iasìs, che, a quanto
si apprende dalla scena conclusiva del racconto, continua in modo
non specificato, perdendosi nell’orizzonte, forse in attesa della
prossima notte di solitudine del protagonista, concomitante con
l’ennesima lite-scomparsa di Iasìs, oppure della prossima sagra al
Tagliamento, luogo di incontri, amori, tradimenti, impensabili nella
loro diversità, eppure assolutamente uguali nella testa del
sognatore di Casarsa.
Pasolini, tenerezza e violenza alla fine
della "meglio gioventù"
"Finché io non
sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di
poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento
linguistico, è mal decifrabile... Solo grazie alla morte, la nostra
vita ci serve ad esprimerci... O essere immortali e inespressi o
esprimersi e morire".
Sono passati ventisette anni precisi dalla
morte di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista, artista
tout court. Si è scritto tanto di lui e oggi, vivaddio, Pasolini è
ancora ricordato, amato, scoperto da tanti e tanti giovani.
Le parole sopra riportate, tratte dal suo
"Empirismo eretico" esprimono al meglio la vita, la natura e
l'essere uomo di un grande grande artista.
L'uno, l'uomo, diverso dall'altro, l'artista,
come dicono alcuni illustri conoscenti e amici di Pier Paolo
Pasolini quale fu Alberto Moravia che tutti ricordano infuriato
contro l'assassino o gli assassini dello scrittore friulano.
<Avete ucciso un'artista, un poeta. In un
secolo di artisti come lui ne nascono tre o quattro>. Già, tre o
quattro, per non dire uno. Non troviamo emuli, infatti, di Pier
Paolo Pasolini. Impossibile gettarsi nell'impresa di mettere su
carta una critica canonica delle sue opere.
Nessuno, a nostro avviso, può essere messo
sullo stesso piano, paragonato, al regista di film come il mistico e
umanissimo "Vangelo secondo Matteo" o come il distruttivo "Teorema",
dramma di una borghesia messa in crisi da un guitto, ribelle ragazzo
misterioso.
Nessuno è stato processato, empio, per un
film censurato e praticamente introvabile come "Salò e le centoventi
giornate di Sodoma". Nessuno ha espresso la divinità, il percorso
catartico, una catarsi eterna, metatemporale, come è capitato a lui
in film- riletture di tragedie classiche quali la "Medea" o l'
"Edipo Re".
Pier Paolo Pasolini morì, quella notte
d'autunno all'Idroscalo di Ostia, vittima di un suo personaggio. Un
ragazzo di vita che si dava per avere qualcosa. Che sapeva tutto o
non sapeva nulla. Che, a diciassete anni, è finito in un giro
talmente più grande di lui da inghiottirlo in un'esistenza dalla
quale non aveva comunque da aspettarsi tanto e che oggi, quando
ormai ha superato i quarant'anni, gli riserva ancora soltanto brutte
vetrine in cronaca di Roma per arresti e fermi in seguito a ruberie
e malefatte compiute per le strade della Capitale. Il suo nome, che
resterà legato per sempre, a quello di Pasolini.
Pasolini che ha raccontato una gioventù senza
speranza o meglio con un'unica speranza: l'ideologia che finisce,
però, nella morte. E dopo la morte? Cosa avviene? Rimane
l'ideologia: "Il sogno di una cosa".
Ha cantato il profondo Nord, nei suoi versi
friulani, e la metropoli, questa Roma a perdere, complice d'atti
impuri e, appunto, madre di tanti ragazzi di vita di un dopoguerra
infame e povero nelle borgate.
Aree, come il comune di Marino ( nell'odierna
Ciampino) in cui Pier Paolo Pasolini ha insegnato a quei ragazzi che
oggi lo ricordano in un libro pubblicato qualche anno fa.
Metropoli, Roma, che unisce e disperde tanti
destini. Città eterna che racchiude in sé tante storie e una Storia,
quella ufficiale, nella quale Pasolini non ha mai creduto,
passandola al setaccio delle sue analisi taglienti, quei fondi sul
"Corriere" nei quali ha riassunto vizi e virtù di un'Italia che lui
conosceva bene. Una patria amata che, pure, non lasciava spazio al
suo peccato che, come scrive in "Amado mio", <non oso nominare>.
Ci riferiamo all'omosessualità di Pasolini.
quell’omosessualità che - scriveva Moravia: <ha assolto nella vita
di Pier Paolo Pasolini la stessa funzione che ha avuto
l’eterosessualità in tante vite non meno intense e creative della
sua>.
Una condizione che, però, non ha trovato
casa nemmeno nella grande idea: il Partito Comunista Italiano, di
cui Pasolini fu fiero militante prima ortodosso, poi irrazionale,
sentimentalista, forse per questo impolitico e meso al bando da
Botteghe Oscure.
Era eretico, Pasolini. di una religiosità
intrinseca nell'uomo e nella terra. Culti d'altre epoche. Era
tenero, come hanno testimoniato i suoi alunni castellani, i suoi
amici, da Moravia, a Dacia Maraini, passando per l'immensa Maria
Callas che, si dice, finì anche vittima di un amore impossibile.
Dacia Maraini nel suo ultimo libro "La nave
per Kobe" parla anche di Pasolini. Di indimenticabili viaggi in
Africa. Terra pura dalla quale Pasolini estrapola la vita ma anche e
la morte. Scriveva ne "La religione del mio tempo": <Vengo da te e
torno a te, sentimento nato con la luce, col caldo, battezzato
quando il vagito era gioia, riconosciuto in Pier Paolo all'origine
di una smaniosa epopea>.
Eccolo il poeta che canta se stesso. Non il
Pasolini uomo ma il Pier Paolo poeta, artista, autore di una
smaniosa epopea, la sua "Vita violenta", appunto, vittima, come
pare, di un "Ragazzo di vita" o comunque di una ideologia tradita.
<Ho camminato alla luce della storia, ma
sempre il mio essere fu eroico, sotto il tuo dominio, intimo
pensiero>. Parlava alla morte.
Quella morte venuta per lui cruenta che tante
lacrime ha fatto scendere in chi lo ha amato. Quella morte così
orrenda e dura, dilaniante, pesta, infamata da chi, quella notte,
all'Idroscalo di Ostia ha fatto scempio di un corpo ma non dei mille
pensieri e delle tracce, quelle sì, indelebili che Pier Paolo
Pasolini ha lasciato in tutti gli innamorati della letteratura,
dell'arte, del cinema, o meglio, della vita, cammino e preambolo ad
una morte che può essere cantata e divenire lirica, tragedia
catartica. Poesia. |