Articoli ed editoriali
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Cravatte, garofani, arcobaleni: i colori (e i simboli) dell’orgoglio gay
Torino Pride, è dibattito: tra i mal di pancia della sinistra filoclericale e le aperture di Buttiglione
Presentiamoci al corteo con la “cravatta verde”
di Daniele Priori
Verde speranza. Verdi, come le montagne della giovanissima Marcella Bella nel San Remo del 72. Verdi come gli ecologisti e (che paura!) come le cravatte padane che pure, cromaticamente parlando, partendo nel nostro viaggio all’inseguimento della sottile linea verde e restando, per giunta, in ambito cravattesco, hanno un precedente ben più nobile e ben più gaio. Nulla a che fare con Calderoli e Borghezio. I primi a indossare le cravatte di colore verde come segno di riconoscimento furono, infatti, dei distinti signori francesi, in pieno Ottocento, che decisero di associarsi, segretissimamente, in quella che sarà poi ricordata come la Società delle Cravatte verdi. Qualche tempo dopo, oltremanica, a scegliere ancora il verde, sui petali d’un garofano, come segnale ante litteram di militanza gay sarà nientemeno che il drammaturgo, scrittore omosessuale e dandy, Oscar Wilde, di cui un librone uscito qualche mese fa negli Stati Uniti d’America e intitolato The secret life of Oscar Wilde, ancora non tradotto in italiano, narra appunto l’antelucano impegno nell’ambito di un protomovimento per i diritti degli omosessuali che allora ancora venivano appellati con nomi oggi pressoché risibili come urninghi, uranisti o, ullalà, delinquenti del proprio sesso (!). Resta in ogni caso un sentiero, da ricercare, rivivere, per capire il presente e costruire un futuro coerente e, se possibile, migliore. Un percorso che insiste su una lunga scia. Una traccia colorata, colorata di verde. Sebbene le immagini descritte sopra non fossero, infatti, altro che lontani e timidi schizzi di quello divenuto in seguito “il movimento di liberazione gay”, appare indubbia la costante presenza di una grande forza animatrice: univoca e molteplice nelle forme espressive, geniale a tratti, perché letteralmente fatta, resa vitale, dagl’ingegni di uomini, spesso artisti, divenuti poi più o meno famosi. Come in una primissima forma di lobby socio-politica che stava vedendo luce. Un secolo e mezzo è trascorso da allora e la linea verde, sottile e impercettibile allora, ha preso coscienza di sé, forza, fino a mutare in un irriverente rosa-pink o in un più poetico arcobaleno, portando con sé molti incubi, nascondendo tante paure e donando un po’di colori in più, da lassù, in qualche posto oltre l’arcobaleno, come la grande Judy Garland iniziò a cantare in cielo proprio il 28 giugno del 1969, poche ore prima che allo Stonewall Inn di New York scoppiasse la memorabile rivoluzione verde, scoccata col tacco lanciato da Sylvia Rivera all’indirizzo di quei poliziotti troppo invadenti e, come legge prevedeva, omofobi. Il pomeriggio di quello stesso giorno, per le vie della Grande Mela, la comunità gay aveva accompagnato il feretro della propria diva, sussurrando tra le lacrime le note di Somewhere over the rainbow, divenuto, più o meno volutamente, la colonna sonora del primo Gay Pride. Fu così che da quella fine giugno del 1969, trentasette anni fa, ad oggi il movimento gay nel mondo è andato crescendo. Ha attraversato paesi, strade, si è rivelato in milioni di sorrisi liberi e pailletes brillanti, all’insegna del vietato vietare, sull’onda femminista e, più in generale, in linea con la ribellione generalizzata del ‘68. Ora, però, passate quasi quaranta sudatissime estati, l’onda gay sta cambiando. La sottile linea verde prosegue quasi in un cerchio fatto di corsi e ricorsi storici. Una parte sempre più ampia di quello che, non ce ne voglia nessuno, val la pena definire comunque “movimento”, chiede normalità e scopre che, forse, proprio ora, nei giorni in cui si è arrivati a poter accedere al Parlamento en travesti, è il momento di riscoprire l’orgoglio della normalità, banale, poco fashion e per nulla kitsch. Con quelle barbose e soffocanti cravatte che del movimento hanno fatto la storia e, al tempo stesso, borghesi come sono, ci consentono di dialogare con tutti. Persino col vituperato Rocco Buttiglione, ultimo buon ministro della cultura nel Governo Berlusconi, commissario europeo non riuscito causa tranello dell’omosinistra rossoverde di Strasburgo e ora candidato a sindaco della città di Torino, patria del Pride 2006 che, a giudizio del cattolico di centrodestra, si può anche fare, purché non si scandalizzi troppo. Una posizione comprensibile e meno ipocrita rispetto a chi ( si legga alla voce vicesindaco margherito) nel centrosinistra, sempre nella pridesca Torino pre-elettorale, pur di accaparrarsi il voto cattolico, si dice imbarazzato dall’alleanza con i radicali un po’ troppo frociaroli. Senza pregiudizi, riteniamo dunque che possa valer la pena tendere anche una mano a Rocco Buttiglione, mettendoci laicamente d’accordo sul valore dello scandalo e sulla legittimità dell’orgoglio gay, magari fregiato da una verde, storicissima e frocissima cravatta. Buon Pride a tutti! |