Dal
“Secolo d’Italia” 22 Aprile 2009
COPPIE DI FATTO, IL PROGETTO C’E’: CHE DICE IL PD?
La Camera presto discuterà la proposta di Rotondi e
Brunetta.
Stupisce il silenzio di sinistra e associazioni gay
di Daniele Priori
Lucio Barani, deputato del PdL, area laica, coraggio e
simpatia da vendere, ha rilasciato un’intervista quasi
storica. Ha annunciato, infatti, pochi giorni fa ai
microfoni di ReteSole, emittente privata del centro
Italia non nuova ad anticipazioni interessanti in
materia di diritti civili, che lo “studio-provocazione
intellettuale” dei ministri Rotondi e Brunetta su un
possibile riconoscimento delle coppie di fatto è
diventato una compiuta proposta di legge che sarà
approvata entro l’anno da Camera e Senato, addirittura
col silente avallo vaticano. Come è già noto da qualche
tempo avrà un nome che sarà l’ennesimo acronimo rap.
Dopo i tentativi falliti sostenuti da partiti e
associazioni di sinistra che si chiamavano PaCS, e poi
DiCo e poi Cus, i conviventi pare che ora dovranno
sperare nei DiDoRe che andrebbero a sancire, appunto, in
un articolato asciutto e per certi versi fin troppo
castigato, frontiere, possibilità, diritti e doveri di
quelle persone che (etero) per scelta o (gay) per
“pregressa condizione personale” decidono di non
accedere al matrimonio.
Barani, seguito da altri cinquantacinque deputati del
Popolo della Libertà, tra i quali il presidente di
Libertiamo, Benedetto Della Vedova, dice di più. Se,
infatti, in cima ai sette articoli della proposta di
legge, già consultabile sul sito web della Camera dei
Deputati, c’è un richiamo esplicito alla
famiglia:l’intento dichiarato è quello di “rafforzare
l’istituto della famiglia, se comunemente intesa, e
proteggerla da tentativi, sia legislativi che
giurisprudenziali, volti a indebolirla mediante una
surrettizia parificazione a situazioni che non possono
aspirare alla tutela rafforzata che gode la famiglia nel
nostro ordinamento”, sempre nell’incipit si precisa che
“tale necessità non deve portare a ignorare il contesto
reale con il quale ciascuno di noi, a prescindere dal
ruolo rivestito e dalle proprie personali convinzioni, è
chiamato a interagire: un contesto nel quale vivono
migliaia di persone unite da un legame di tipo
reciprocamente solidaristico e affettivo, ma non fondato
sul matrimonio, sia per scelta sia per pregresse
situazioni personali. Ubi societas, ibi ius”.
Sta di fatto che, calendario alla mano, Barani annuncia
che entro l’estate il testo passerà in Commissione
Affari Sociali, della quale lui è membro assieme a
un’altra autorevole sostenitrice dei diritti delle
coppie di fatto nel Popolo della Libertà, Alessandra
Mussolini. Dall’altra parte, zona Pd, si segnalano nomi
come Livia Turco e Paola Binetti. Servirà l’accordo
anche con loro.
La prassi è sicuramente dirompente. E, a differenza dei
moralisti pseudoprogressisti in quota alla sinistra, non
ci stupisce che prenda forma in un partito come il
Popolo della Libertà che si presenta tanto grande quanto
composito, per questo protagonista di una matura
dialettica.
D’altra parte è stata proprio la tregiorni congressuale
di fondazione del PdL a farci capire, specie dopo il
discorso di Gianfranco Fini, che è tempo di guardare al
futuro, anche sui temi più sensibili tra i quali il
riconoscimento delle coppie di fatto.
Va benissimo, dunque, il tentativo di mediazione sociale
e politica proposto da Barani su ispirazione di Rotondi
e Brunetta. L’aula e, probabilmente proprio il confronto
con l’ala liberal e più saggia del Pd dove si colloca
l’unica deputata gay, Paola Concia, potrà fare il resto,
in modo che DiDoRe non diventi l’ennesimo acronimo
burletta.
Lascia sinceramente interdetti, invece, il silenzio con
cui l’associazionismo gay di sinistra ha risposto allo
slancio dell’onorevole Barani.
Se, infatti, chi, libertario, talora anche gay, preso a
militare dalle parti del Popolo della Libertà, dopo aver
ascoltato il discorso di Fini ha sentito dentro di sé un
moto che urlava:”Se non ora, quando?”, è pure
comprensibile che dalla parte opposta, bando ai soliti
falsi buoni propositi bipartisan, sia originato dello
scoramento e da esso un dibattito che lascerà ferite
lancinanti sulla pelle della convulsa e talora confusa
ala sinistra del movimento per i diritti civili.
Tuttavia un minimo di bon ton e di senso civico
avrebbero dovuto portare almeno a sollevare un gridolino
di compiacimento per quello che, certamente da
migliorare, discutere, emendare in Parlamento, appare
comunque al pari di un potenziale passaggio storico di
cui la sinistra pseudoprogressista non è stata capace.
Servirà, dunque, la politica vera, non i buoni
propositi. E nonostante sia piacevole pensare a un
consenso ampio sulla millimetrica impostazione dei
DiDoRe, va ugualmente detto che, pur senza voler
sostenere pesanti apparati ideologici che poco hanno a
che fare con il necessario principio di generalità di
ogni legge, andare a calcare un minimo la mano sulla
“pregressa condizione personale” di tanti italiani gay
sarà una necessità che, ad esempio in materia di
eredità, emergerà senza dubbio. Sono le storie di troppi
italiani a gridarlo a gran voce. Un allargamento di
fatto dei concetti alla base della “convivenza
anagrafica” sancita dallo Stato nel 1989 con decreto del
Presidente della Repubblica n. 223 del 30 maggio, unico
riferimento giuridico presente all’interno della nuova
proposta, potrebbe effettivamente non bastare.
Gli individui, infatti, dei quali, separatamente e,
vivaddio, senza pregiudizi culturali si vogliono
regolare meglio diritti e doveri, in moltissimi casi
andranno a formare una coppia stabile, un progetto di
convivenza e d’amore che è lecito voler condividere con
la società e, proprio perché originato dalla famiglia
tradizionale, vederlo riconosciuto e tutelato, pur senza
assimilarlo, in un regime legislativo e culturale che
sia il medesimo della famiglia tradizionale e che,
almeno in materia di eredità, come recita saggiamente la
studio per una proposta di legge sulle Unioni
Omoaffettive, redatto da GayLib nel 2007, si rifaccia
espressamente al dettato in materia di successione del
Libro Secondo del Codice Civile del nostro Paese.
La migliore proposta che può giungere dalla frontiera
libertaria, infatti, è quella di rispettare davvero le
libertà di tutti. Di chi i diritti già li ha in tutto o
in parte, come la famiglia o la convivenza eterosessuale
con figli e di chi non ne ha affatto, come l’unione
omoaffettiva. Un campo aperto in cui nessuno
assimilerebbe né toglierebbe diritti a nessun altro. Di
più. Un panorama in cui in nome di una matura
differenziazione sociale e culturale, verrebbe tuttavia
meno l’odiosa e incostituzionale disparità giuridica tra
cittadini dello stesso Stato. Se non ora quando?
A Genova si sta organizzando un Pride nazionale, in
programma il prossimo 27 giugno, che ha tutte le
migliori intenzioni, a differenza di quanto è accaduto
in passato, di dialogare in maniera costruttiva davvero
con tutti. Sarebbe bello se i ministri Rotondi,
Brunetta, l’onorevole Barani ma anche il ministro
Carfagna e tutti quelli che se ne sentiranno partecipi,
cogliessero l’occasione per fare un salto a Genova,
prima della fine di giugno, per andare a spiegare
direttamente il pensiero di un governo e di un partito
delle libertà che deve e vuole guardare oltre. Anche a
quelle 800mila coppie di fatto, etero e gay, che hanno
ragione, nel 2009, di chiedere una legge aperta alle
richieste che originano dalla società. Così come la
destra moderna e il governo che ne è espressione non
possono non essere.