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Articoli ed editoriali

Dal Secolo d’Italia – 24 giugno 2009

 

Il movimento per i diritti civili degli omosessuali compie quarant’anni

 

QUEL POP-PRIDE, DA DE ANDRE’ A LIZA MINNELLI

 

In Italia le più grandi sconfitte sono arrivate dopo gli Anni’80 con l’avvicinamento dei leader gay all’estrema sinistra

  

di Daniele Priori

  

27 giugno 1969, New York. Dalla rivolta dello Stonewall Inn, uno dei più celebri locali della Grande Mela, nasceva il moderno movimento gay internazionale.

Omosessuali, lesbiche e transessuali si univano contro l’ennesimo sopruso della polizia e reagivano per la prima volta, dando vita a tre giorni di scontri durante i quali fu necessario l’intervento delle squadre antisommossa. La colonna sonora non fu Bandiera Rossa, né qualche altro tenebroso canto caro alle rivoluzioni andate ma, semplicemente, Somewhere over the rainbow. Da qualche parte al di là dell’arcobaleno. Esattamente dove era volata pochi giorni prima la “protoicona” di questo inedito movimento di liberazione: Judy Garland, la voce-volto rivelazione del Mago di Oz del 1939 nel quale, a soli diciassette anni, interpretò la piccola Dorothy.

Judy Garland è morta suicida il 22 giugno del 1969 dopo una vita privata senza rete, cinque matrimoni, da uno dei quali nacque, nel 1946 un’altra icona predestinata, Liza Minnelli, la voce di New York, New York inno ufficiale della città dal 1985.

Furono cori e braccia gay quelli che, in quel mese di giugno del 1969, caldo e destinato a rimanere nella storia, accompagnarono al cimitero la salma di Judy. Per trovare poi la forza, per la prima volta, di alzare la testa e guardare oltre il cielo notturno, certamente anche sulla scorta dei moti sessantottini europei come, prima ancora, grazie alla ribellione dei neri Usa animata da nomi quali Rose Parks, Malcom X e Marthin Luther King.

Non ci credeva nessuno che quelle persone, tante eppure nascoste in una solitudine spesso assassina, ognuno chiuso nella propria ingiusta vergogna, gente che aveva subito le pene dell’inferno: dall’Inghilterra vittoriana, aguzzina di Oscar Wilde, ai lager nazisti, fino ai gulag sovietici e ai campi di lavoro cubani, avrebbe trovato la spinta per parlarsi l’un l’altro e iniziare a spiegare al mondo le ragioni di una lotta che si fondava semplicemente sulle loro stesse esistenze, priva di ogni altra ideologia preconfezionata. Tanto da essere costretti, gettati i simboli, dei secolarismi e delle religioni, a trovarne di nuovi. Icone di libertà che sapessero parlare al cuore della gente. D’amore e di vita, prima di tutto il resto. Così a prendere lo scettro lasciato da Judy Garland giunse ben presto, pronta a diventare un mito dai capelli biondi, la voce e il volto orgogliosi: Barbra Streisand, newyorchese di origini ebree che dagli esordi, nel 1960, sul palco del Greenwich Village di Manhattan, altro locale gay cult della Big Apple, divenne la cantante più popolare d’America, con i suoi 71 milioni di dischi venduti. Sebbene ad insidiarne il trono giungerà poi un’altra icona libertaria che deve molto alla comunità gay internazionale, parliamo ovviamente di Madonna, dagli Anni Ottanta in poi. Vale però la pena fare prima un salto in Italia.

Eravamo ancora all’alba dei Settanta quando il radicale Angelo Pezzana, a Torino, e l’anarcolibertario Massimo Consoli a Roma ripetevano l’eco dei dibattiti statunitensi. Pezzana fondò il Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) e nel 1972 vi fu la prima uscita pubblica del movimento gay italiano, a San Remo, durante un convegno sulla sessuologia. Per protestare al grido di “Nor-ma-li – Nor-ma-li!”

Il BelPaese certo non poteva rimanere insensibile agli scossoni che giungevano da questo nuovo fronte di rivendicazione per i diritti civili. L’Italia, d’altra parte, era la patria dell’eretico Pier Paolo Pasolini che, da sinistra, non smetteva di imbarazzare i vertici del Pci. Fino alla sua morte violenta, figlia di un’omofobia strisciante e trasversale che, da sinistra a destra, andava conquistando anche i figli delle periferie.

Fino a che a Roma, proprio da un quartiere periferico chiamato la Montagnola, non emerse un cantautore destinato a scioccare il Paese con la sua musica, i suoi testi e indubbiamente i suoi costumi, fatti di piume, paillettes e trucchi a non finire. Era Renato Zero. Dopo gli occhiolini al mondo gay giunti, sulla scia delle loro colleghe americane, da dive giovani ma già celebri quali erano e sono Mina e Raffaella Carrà, il Re dei Sorcini entrava come un carrarmato, impossibile da irregimentare, nella vita e nelle passioni della gente comune. Un fuoriclasse capace di stupire e conquistare che cantava di Dio e della strada, del sesso libero e dell’amore celestiale, di triangoli, ammucchiate promiscue e, appunto, suburbie. Tutto iniziò sul palco del Piper, discoteca simbolo di via Tagliamento, a Roma, dove anche un’altra cantante destinata a diventare diva e icona, Patty Pravo, iniziò a usare i verbi della rottura. Con un Pensiero Stupendo e qualche Pazza Idea che non mancarono di lasciare bocca aperta i benpensanti. Si avvicinavano così gli Anni ’80 e gli inizi, in Italia, di un declino ancora non terminato, derivato dall’eccessivo e innaturale avvicinamento dei principali esponenti del movimento gay ai partiti di estrema sinistra. Passaggio che ne ha inibito, negli ultimi venticinque anni, molte delle caratteristiche libertarie precedentemente innate.

In America, invece, la marcia continuava, toccando San Francisco, nuova capitale del movimento gay Usa grazie ad Harvey Milk, primo militante gay eletto nel consiglio comunale della città, ucciso nel 1978 per aver ricordato, senza infingimenti, che la libertà del popolo americano prevedeva anche i diritti per le persone omosessuali.

La pop music, intanto, scopriva il mito erotico e trasgressivo a 360 gradi di una certa Luoise Veronica Ciccone, origini italiane, così sfrontata da farsi chiamare Madonna mentre firmava canzoni dai temi, dai colori e dalle messinscena ultralibertine, accostandole spesso provocatoriamente alle icone sacre delle grandi religioni e dichiarandosi, negli anni, seguace nei fatti di un'unica corrente di pensiero: quella umanista.

E se Madonna, facendo letteralmente impazzire i gay di tutto il mondo, pronti a girare il pianeta per seguirla in nome del suo verbo e del suo modo di essere e di porsi, da irriverente profetessa di una libertà di tendenza e scevra da archetipi ideologici, ha continuato a inscenare il mito dell’American Life, mettendone in croce le contraddizioni e le incoerenze, a cantare l’Italia e i suoi personaggi di frontiera, fino a dieci anni fa, data della sua morte prematura, ci ha pensato il grande Fabrizio De André, simbolo e voce di Genova e, quest’anno del Gay Pride nazionale in programma sabato prossimo proprio nel capoluogo ligure.

Faber ha cantato con disarmante semplicità, tra gli Anni ’60 e gli Anni ’90 dell’amore di Andrea, soldato, innamorato di un altro soldato. E di Princesa, transessuale brasiliana che è riuscita a ritrovare la normalità nell’amore di un avvocato di Milano. Così De Andrè con versi scarni e fulminanti ha inquadrato i flussi di vita e mutamenti sociali sparsi nei decenni. Facce, storie, senza bandiere, in cerca solo di una libertà necessaria per una comunità internazionale che è la più grande minoranza del mondo. Un cammino che volge al traguardo. A segnare la strada sono altre facce americane. Di destra, come l’ex vicepresidente Cheney, da sempre solidale con la figlia gay dichiarata, Libertarian come il giornalista gay repubblicano, Andrew Sullivan o democratico e nero come il presidente Obama, erede di chi la battaglia per i diritti civili l’ha iniziata addirittura negli Anni ’50.


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