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Dal “Secolo d’Italia” 26 Aprile 2009

MONTANELLI LIBERTARIO? SI RACCONTA DA SOLO…

In 644 pagine l’autoritratto di Indro, un elefante nella cristalleria di ipocrisie e perbenismi nazionali

di Daniele Priori


Anti-italiano e arci-italiano, anima e penna della borghesia nostrana, elefante nella cristalleria dei perbenismi e dei moralismi connaturati alla patria italica. Sostenitore convinto e ante litteram dell’eutanasia, del divorzio e dell’aborto, difensore a prescindere delle minoranze perché “le maggioranze, a lasciarle fare, diventano sempre oppressive”. C’è una gran parte d attualità nei cento anni di Indro Montanelli (Fucecchio 1909 – Milano 2001), numero uno del giornalismo italiano per oltre mezzo secolo, spirito intimamente e pubblicamente libertario, punto di riferimento per una destra moderna.
Gli occhi e l’intelletto di un lettore-ex bambino prodigio, Paolo Di Paolo, oggi giovane scrittore e critico letterario venticinquenne, hanno sintetizzato l’opera montanelliana in un corposo florilegio di testi, edito dalla Bur. La mia eredità sono io – Pagine da un secolo (Euro 12 – Pagg. 644).
Quella di Paolo Di Paolo è una favola bella. Alla fine degli Anni ’90 l’incontro tra il vecchio e il ragazzino.
Quell’incontro Di Paolo lo racconta alla fine della postfazione, parlando degli occhi di Montanelli:”Li ho visti spalancarsi davanti a me una mattina di dicembre, a Milano, inverno 1998. Gli avevo scritto già molte lettere. Mi cercò al telefono, trovava curioso, non tanto il contenuto, ma che avessi quindici anni”.
Fatto sta. Il leit-motiv della bella antologia resta il confronto costante, in punta di penna, tra la vita e la libertà.
“Il libro si apre con un’idea di Montanelli sulla morte che risale ai suoi trent’anni, poi c’è il finale in cui torna sulla morte, quando ormai aveva superato i novanta. Negli ultimi anni parlava in qualunque occasione di eutanasia. C’è una durezza di toni che ormai non avrebbe usato più per nessuno, al punto da affermare che gli italiani di fronte a una proposta sensata preferivano chiudersi nell’insensatezza, in un guscio di considerazioni retrive. Era molto avanti rispetto a tematiche alle quali l’opinione pubblica è approdata soltanto di recente”.
Libertario al punto, Indro, di denunciare pubblicamente nell’ultimo volume della Storia d’Italia di aver preso congedo dall’Italia, da lui definita non più come la sua patria ma come “il rimpianto di una patria”.
“E’ un pezzo, quello – ci dice Di Paolo – che mi commosse e mi fece molto male sin dalla prima lettura. Sconfina in un pessimismo che va addirittura oltre l’anti-italianità da sempre propria di Montanelli. Qui arriva a una negazione. Poi, però, recupererà grazie a un contatto con i giovani lettori, a cavallo tra il 1999 e il 2000, quando affermò che non avrebbe potuto consegnare un’eredità di pessimismo assoluto. Del resto Montanelli era lo stesso che scriveva: ‘quel poco che sono sento di esserlo come italiano’. Un rapporto dantesco di amore-odio”.
Montanelli che, proprio al cambio di secolo, si definì un intruso in questo nuovo millennio e che, come annota giustamente Di Paolo, morì due mesi prima dell’11 settembre 2001, l’evento che ci avrebbe catapultato nella nuova era.
“Pur senza volere attribuire a posteriori qualità profetiche ai morti – riprende – Montanelli aveva individuato che la questione centrale del futuro sarebbe stata la convivenza tra culture e religioni diverse. Disse proprio che il fondamentalismo religioso sarebbe stato il nuovo grande problema. Non più dunque la tolleranza ma la convivenza”. Riflessione che non fa coppia con tesi di un’Italia razzista nella quale Montanelli non ha mai creduto. “Ne ha parlato e scritto molto” spiega Paolo. “In fondo pensava che nemmeno Mussolini, in quanto arci-italiano, fosse razzista. Gli arci-italiani non ce l’hanno nel dna il razzismo. Magari hanno un miscuglio di diffidenze, di particularismi sempre pronti ad essere superati a vantaggio di un nuovo incontro. Per quanto, soprattutto in età giovanile, anche a lui fossero scappate considerazioni poco lusinghiere nei confronti di ciò che è diverso, intonate agli umori dell’epoca, a un razzismo forzato che comunque non era connaturato nel popolo italiano”.
Borghese di destra. Due categorie alle quali Montanelli diceva egli stesso di appartenere, pur senza smettere di provocarle e sferzarle, come era nel suo stile.
“Lui era un borghese per gusti, per educazione, figlio di un preside, plurilarueato, in Italia e alla Sorbona. I suoi lettori erano dei borghesi e lo sentivano come loro rappresentante. Fu uno degli ultimi opinion-maker. Sapeva di esserlo. La sua appartenenza alla borghesia la visse come il suo essere italiano. Montanelli appena sentiva la caccia alla strega si metteva dalla parte della strega, appena sentiva aria di coro, lui steccava. Si divertiva, infatti – va avanti Di Paolo - a portare per mano i suoi lettori verso uno scandalo che in certi momenti era anche un po’ recitato. Questo essere sempre con sé e contro di sé era una delle sue cifre. Montanelli favorevole all’aborto e al divorzio, infatti, faceva saltare sulle sedie tante signorine invecchiate che poi protestavano sgomente per quelle posizioni. Era maestro nel recitare la parte di chi, in qualche modo, doveva difendere lo status quo, salvo poi in realtà sovvertirlo più dei barricadieri.”
Così la destra. Nessuno ha capito bene quale fosse la sua idea di destra. “La sua era una destra strana, forse giolittiana. ‘Tornare a Giolitti’ fu uno dei suoi articoli. In realtà la sua destra era un patchwork che poteva comprendere figure che formarono l’antifascismo liberale, come Gobetti, che lui metteva assieme a Prezzolini. Uno degli elementi principali del suo essere di destra, poi, fu certamente il viscerale anticomunismo. In realtà – soggiunge – aveva un’idea anarchica della destra. Non a caso l’unica poesia che scrisse fu dedicata alla bandiera dell’anarchia”.
Un anarchismo intimo che ben si accoppiava con le sue prese di posizioni anticlericali. “Ha avuto ammirazione per alcune figure, come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, ma è stato molto duro con la Chiesa e certo non avrebbe accettato, oggi, certe ingerenze del papato nella vita della società civile”.
La grandezza e l’indole libertaria di Indro Montanelli, però, non sono del tutto comprensibili se non si legge il verbo più presente tra le righe vergate dal principe del giornalismo italiano.
Montanelli, infatti, nei ritratti, così come nei fondi, ha sempre messo innanzi la componente umana. Di Paolo ce lo fa notare riprendendo il capitolo su Berlusconi “un uomo che è riuscito a tradurre in realtà tanti sogni”, scriveva ancora Montanelli dopo la rottura del 1994.
“Credo che tra i due non sia mai venuto meno l’affetto. Si nota, rileggendo quei pezzi alla distanza, una simpatia umana mai negata nemmeno nei momenti in cui fu più caustico”.
Un Montanelli folgorato dall’umanità di alcune persone, come emerge dal racconto dell’incontro con Giovanni Paolo II, “uno dei pezzi più belli che siano stati mai scritti” sentenzia Di Paolo.
La profondità, il carisma, la spiritualità dell’uomo Wojtyla sono riassunte magistralmente nell’espressione icastica con cui Montanelli ha dipinto i suoi occhi: una sciabolata di cielo azzurro.
“Gli uomini – scrisse del resto Montanelli proprio in risposta a una lettera di Paolo Di Paolo – sono delle scatole a sorpresa e te ne accorgerai. Non si può prescindere, almeno io non prescindo mai, dall’elemento umano. Per me le idee vengono in subordine rispetto all’umanità di una persona”.
E non c’è libertà più intima da difendere che quella di ogni essere umano di esistere, pensare e parlare. Con tutte le sue contraddizioni. Proprio come Montanelli ha fatto dal 22 aprile di cento anni fa.



IL MONTANELLI MUTILATO NEL SALOTTO DI ANNOZERO


I baroni del giornalismo italiano se ne appropriano indebitamente ma solo il Secolo ha ricordato compiutamente lo spirito libertario di un maestro capace di stare dalla parte dei giovani. A differenza loro…

di Daniele Priori

“Montanelli senza dubbio uno di noi” rammentava il titolo di spalla sulla prima pagina del Secolo d’Italia datato 22 aprile 2009, centenario montanelliano. Una appropriazione indebita, deve aver pensato qualche sventurato, capitato per caso in Italia in questi giorni, e, ancor più sventurato, finito d fronte agli schermi di RaiDue nella prima serata di giovedì. Montanelli, infatti, con la tradizione della destra, con Ernst Junger, Ezra Pound e Prezzolini, che pure teneva ritratti nel suo studio, non c’azzecava nulla. Montanelli era roba loro. Non l’anti-italiano e arci-italiano descritto in molti libri, non il libertario che amava sempre dire di no, anche a chi diceva di no, come i giudici che fecero sequestrare La Zanzara dal liceo Parini nel ’68, passaggio pregevolmente raccontato dal direttore Luciano Lanna su queste colonne. No. Montanelli era roba fine e autoreferenziale, come loro, così presi a parlarsi addosso e a continuare incessantemente a sputare schizzi di odio su Berlusconi e, parole di Mentana, su quella destra che alla fine a Montanelli si era manifestata davvero. Tutto molto triste.
Nemmeno ventiquattro ore erano trascorse dal centesimo anniversario della nascita del Grande Vecchio del giornalismo italiano che i maitre a penser della stampa, quella democratica, con gli attributi e a schiena dritta, si sono dati appuntamento dal protomartire Santoro per dare vita all’Annozero di una professione. Quella che solo loro hanno il diritto di interpretare. Tutto, ovviamente, bestemmiando Montanelli.
Impettiti, guasconi, italianissimi, milionari ma, come l’ex conduttore di Matrix, Enrico Mentana, disoccupati o, come lo stesso Santoro, ex disoccupati o, come l’ex bisdirettore del Corsera, Paolo Mieli, non disoccupato ma fatto passare, per bocca del solito Travaglio, alla pari del primo epurato dal nuovo editto berlousconiano, insieme al fresco ex direttore de La Stampa, Giulio Anselmi non presente in trasmissione, forse perché già balzato alla presidenza dell’agenzia Ansa, ma questo è un particolare, come tanti altri, che a Travaglio dal sen non fugge. L’infedele Gad Lerner, invece, pontificava da una sediola sul molo di Lampedusa.
Ultimo dei mohicani della puntata di giovedì sera, ne sceglie sempre uno e uno solo, San Michele da RaiDue, è stato il direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, addirittura successore tris di Montanelli al suo Giornale dopo Feltri e Cervi. E addirittura berlusconiano con l’ardimento sciocco di dichiararsi appartenente alla “maggioranza degli italiani”. Termine che i maitre a penser pronunciavano con un viso schifato, neanche avessero mangiato yogurt scaduto, tutti presi, com’erano, a darsi le patenti di baroni, nuovi eredi dei Grandi Vecchi, Montanelli e Biagi, proprio come loro e prima di loro epurati da quel cattivone di Berlusconi.
E i giovani? Non c’erano. O se c’erano dovevano essere studenti in congedo illimitato, alla stregua di Guccini. Ovviamente di sinistra. Ovviamente contestatori. Certamente non giornalisti. Al massimo “aspiranti giornalisti”, come si è definita la studentessa ventitreenne che ha raccontato la sua contestazione al non berlusconiano ma ugualmente governativo perché allora direttore del Tg1, Gianni Riotta. Di mezzo c’è l’università, quelle lauree in Comunicazione verso le quali ancora in molti ci arrabattiamo, pure continuando a scrivere, chi qua chi là. Fin da giovanissimi, proprio come Montanelli aveva fatto. E proprio leggendo Montanelli sin da piccoli, questa “generazione 1000 euro” (e fortuna ad averceli!) ha imparato da sé a mettere insieme due pensieri. Perché il vecchio Indro non appariva affatto lontano, come invece sono i nuovi baroni di cui sopra autoproclamatisi maitre a penser. Ci voleva Belpietro con la sua salvifica “antipatica” dose di realismo a ricordare che ben altri da Berlusconi sono i mali della stampa italiana. Che un po’ manca la qualità e un po’ mancano i soldi. Già, i soldi. Che ormai i giovani, quei giovani che Montanelli rispettava molto più dei suoi epigoni, servono solo a lavorare gratis nel ruolo di stagisti a “zero euro”, questo lo ricordiamo noi, e scrivono pagine e pagine intere, tra le agenzie di stampa e i free press che sono di gran lunga i quotidiani più letti al mattino dagli italiani. Ma tutto questo è troppo distante dalle loro milionarie disoccupazioni e dal loro antiberlusconismo sempre utile per risultar loro interessante.
Noi siamo la maggioranza, che schifo. E menomale, allora, che c’è il Secolo d’Italia, voce corsara e libertaria esclusa dal salotto buono di Annozero che, ha ragione il direttore Lanna, ha mille buone ragioni per considerare Montanelli espressione della stessa riserva indiana. A Montanelli sarebbe piaciuto davvero tanto un foglio borghese e corsaro, plurale e moderato, capace di far scrivere i piccoli giovani a fianco ai grandi vecchi. Perché è la Storia che continua ad andare così. Piena di incroci di umanità, di culture e di storie personali. Magari come quelle di Giolitti e Prezzolini, di Junger e Longanesi, di Ezra Pound e Montanelli. Tutte diverse ma prese a comporre la stessa idea: destra. Troppo vicina al cuore e alla mente della gente d’Italia, almeno della maggioranza, per preoccuparsi ancora dei pensieri tartufati di certi illustri, autoreferenziali calamai.


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