Anti-italiano e arci-italiano, anima e penna della
borghesia nostrana, elefante nella cristalleria dei
perbenismi e dei moralismi connaturati alla patria
italica. Sostenitore convinto e ante litteram
dell’eutanasia, del divorzio e dell’aborto, difensore a
prescindere delle minoranze perché “le maggioranze, a
lasciarle fare, diventano sempre oppressive”. C’è una
gran parte d attualità nei cento anni di Indro
Montanelli (Fucecchio 1909 – Milano 2001), numero uno
del giornalismo italiano per oltre mezzo secolo, spirito
intimamente e pubblicamente libertario, punto di
riferimento per una destra moderna.
Gli occhi e l’intelletto di un lettore-ex bambino
prodigio, Paolo Di Paolo, oggi giovane scrittore e
critico letterario venticinquenne, hanno sintetizzato
l’opera montanelliana in un corposo florilegio di testi,
edito dalla Bur. La mia eredità sono io – Pagine da un
secolo (Euro 12 – Pagg. 644).
Quella di Paolo Di Paolo è una favola bella. Alla fine
degli Anni ’90 l’incontro tra il vecchio e il ragazzino.
Quell’incontro Di Paolo lo racconta alla fine della
postfazione, parlando degli occhi di Montanelli:”Li ho
visti spalancarsi davanti a me una mattina di dicembre,
a Milano, inverno 1998. Gli avevo scritto già molte
lettere. Mi cercò al telefono, trovava curioso, non
tanto il contenuto, ma che avessi quindici anni”.
Fatto sta. Il leit-motiv della bella antologia resta il
confronto costante, in punta di penna, tra la vita e la
libertà.
“Il libro si apre con un’idea di Montanelli sulla morte
che risale ai suoi trent’anni, poi c’è il finale in cui
torna sulla morte, quando ormai aveva superato i
novanta. Negli ultimi anni parlava in qualunque
occasione di eutanasia. C’è una durezza di toni che
ormai non avrebbe usato più per nessuno, al punto da
affermare che gli italiani di fronte a una proposta
sensata preferivano chiudersi nell’insensatezza, in un
guscio di considerazioni retrive. Era molto avanti
rispetto a tematiche alle quali l’opinione pubblica è
approdata soltanto di recente”.
Libertario al punto, Indro, di denunciare pubblicamente
nell’ultimo volume della Storia d’Italia di aver preso
congedo dall’Italia, da lui definita non più come la sua
patria ma come “il rimpianto di una patria”.
“E’ un pezzo, quello – ci dice Di Paolo – che mi
commosse e mi fece molto male sin dalla prima lettura.
Sconfina in un pessimismo che va addirittura oltre
l’anti-italianità da sempre propria di Montanelli. Qui
arriva a una negazione. Poi, però, recupererà grazie a
un contatto con i giovani lettori, a cavallo tra il 1999
e il 2000, quando affermò che non avrebbe potuto
consegnare un’eredità di pessimismo assoluto. Del resto
Montanelli era lo stesso che scriveva: ‘quel poco che
sono sento di esserlo come italiano’. Un rapporto
dantesco di amore-odio”.
Montanelli che, proprio al cambio di secolo, si definì
un intruso in questo nuovo millennio e che, come annota
giustamente Di Paolo, morì due mesi prima dell’11
settembre 2001, l’evento che ci avrebbe catapultato
nella nuova era.
“Pur senza volere attribuire a posteriori qualità
profetiche ai morti – riprende – Montanelli aveva
individuato che la questione centrale del futuro sarebbe
stata la convivenza tra culture e religioni diverse.
Disse proprio che il fondamentalismo religioso sarebbe
stato il nuovo grande problema. Non più dunque la
tolleranza ma la convivenza”. Riflessione che non fa
coppia con tesi di un’Italia razzista nella quale
Montanelli non ha mai creduto. “Ne ha parlato e scritto
molto” spiega Paolo. “In fondo pensava che nemmeno
Mussolini, in quanto arci-italiano, fosse razzista. Gli
arci-italiani non ce l’hanno nel dna il razzismo. Magari
hanno un miscuglio di diffidenze, di particularismi
sempre pronti ad essere superati a vantaggio di un nuovo
incontro. Per quanto, soprattutto in età giovanile,
anche a lui fossero scappate considerazioni poco
lusinghiere nei confronti di ciò che è diverso, intonate
agli umori dell’epoca, a un razzismo forzato che
comunque non era connaturato nel popolo italiano”.
Borghese di destra. Due categorie alle quali Montanelli
diceva egli stesso di appartenere, pur senza smettere di
provocarle e sferzarle, come era nel suo stile.
“Lui era un borghese per gusti, per educazione, figlio
di un preside, plurilarueato, in Italia e alla Sorbona.
I suoi lettori erano dei borghesi e lo sentivano come
loro rappresentante. Fu uno degli ultimi opinion-maker.
Sapeva di esserlo. La sua appartenenza alla borghesia la
visse come il suo essere italiano. Montanelli appena
sentiva la caccia alla strega si metteva dalla parte
della strega, appena sentiva aria di coro, lui steccava.
Si divertiva, infatti – va avanti Di Paolo - a portare
per mano i suoi lettori verso uno scandalo che in certi
momenti era anche un po’ recitato. Questo essere sempre
con sé e contro di sé era una delle sue cifre.
Montanelli favorevole all’aborto e al divorzio, infatti,
faceva saltare sulle sedie tante signorine invecchiate
che poi protestavano sgomente per quelle posizioni. Era
maestro nel recitare la parte di chi, in qualche modo,
doveva difendere lo status quo, salvo poi in realtà
sovvertirlo più dei barricadieri.”
Così la destra. Nessuno ha capito bene quale fosse la
sua idea di destra. “La sua era una destra strana, forse
giolittiana. ‘Tornare a Giolitti’ fu uno dei suoi
articoli. In realtà la sua destra era un patchwork che
poteva comprendere figure che formarono l’antifascismo
liberale, come Gobetti, che lui metteva assieme a
Prezzolini. Uno degli elementi principali del suo essere
di destra, poi, fu certamente il viscerale
anticomunismo. In realtà – soggiunge – aveva un’idea
anarchica della destra. Non a caso l’unica poesia che
scrisse fu dedicata alla bandiera dell’anarchia”.
Un anarchismo intimo che ben si accoppiava con le sue
prese di posizioni anticlericali. “Ha avuto ammirazione
per alcune figure, come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo
II, ma è stato molto duro con la Chiesa e certo non
avrebbe accettato, oggi, certe ingerenze del papato
nella vita della società civile”.
La grandezza e l’indole libertaria di Indro Montanelli,
però, non sono del tutto comprensibili se non si legge
il verbo più presente tra le righe vergate dal principe
del giornalismo italiano.
Montanelli, infatti, nei ritratti, così come nei fondi,
ha sempre messo innanzi la componente umana. Di Paolo ce
lo fa notare riprendendo il capitolo su Berlusconi “un
uomo che è riuscito a tradurre in realtà tanti sogni”,
scriveva ancora Montanelli dopo la rottura del 1994.
“Credo che tra i due non sia mai venuto meno l’affetto.
Si nota, rileggendo quei pezzi alla distanza, una
simpatia umana mai negata nemmeno nei momenti in cui fu
più caustico”.
Un Montanelli folgorato dall’umanità di alcune persone,
come emerge dal racconto dell’incontro con Giovanni
Paolo II, “uno dei pezzi più belli che siano stati mai
scritti” sentenzia Di Paolo.
La profondità, il carisma, la spiritualità dell’uomo
Wojtyla sono riassunte magistralmente nell’espressione
icastica con cui Montanelli ha dipinto i suoi occhi: una
sciabolata di cielo azzurro.
“Gli uomini – scrisse del resto Montanelli proprio in
risposta a una lettera di Paolo Di Paolo – sono delle
scatole a sorpresa e te ne accorgerai. Non si può
prescindere, almeno io non prescindo mai, dall’elemento
umano. Per me le idee vengono in subordine rispetto
all’umanità di una persona”.
E non c’è libertà più intima da difendere che quella di
ogni essere umano di esistere, pensare e parlare. Con
tutte le sue contraddizioni. Proprio come Montanelli ha
fatto dal 22 aprile di cento anni fa.
IL MONTANELLI MUTILATO NEL SALOTTO DI ANNOZERO
I baroni del giornalismo italiano se ne appropriano
indebitamente ma solo il Secolo ha ricordato
compiutamente lo spirito libertario di un maestro capace
di stare dalla parte dei giovani. A differenza loro…
di Daniele Priori
“Montanelli senza dubbio uno di noi” rammentava il
titolo di spalla sulla prima pagina del Secolo d’Italia
datato 22 aprile 2009, centenario montanelliano. Una
appropriazione indebita, deve aver pensato qualche
sventurato, capitato per caso in Italia in questi
giorni, e, ancor più sventurato, finito d fronte agli
schermi di RaiDue nella prima serata di giovedì.
Montanelli, infatti, con la tradizione della destra, con
Ernst Junger, Ezra Pound e Prezzolini, che pure teneva
ritratti nel suo studio, non c’azzecava nulla.
Montanelli era roba loro. Non l’anti-italiano e
arci-italiano descritto in molti libri, non il
libertario che amava sempre dire di no, anche a chi
diceva di no, come i giudici che fecero sequestrare La
Zanzara dal liceo Parini nel ’68, passaggio
pregevolmente raccontato dal direttore Luciano Lanna su
queste colonne. No. Montanelli era roba fine e
autoreferenziale, come loro, così presi a parlarsi
addosso e a continuare incessantemente a sputare schizzi
di odio su Berlusconi e, parole di Mentana, su quella
destra che alla fine a Montanelli si era manifestata
davvero. Tutto molto triste.
Nemmeno ventiquattro ore erano trascorse dal centesimo
anniversario della nascita del Grande Vecchio del
giornalismo italiano che i maitre a penser della stampa,
quella democratica, con gli attributi e a schiena
dritta, si sono dati appuntamento dal protomartire
Santoro per dare vita all’Annozero di una professione.
Quella che solo loro hanno il diritto di interpretare.
Tutto, ovviamente, bestemmiando Montanelli.
Impettiti, guasconi, italianissimi, milionari ma, come
l’ex conduttore di Matrix, Enrico Mentana, disoccupati
o, come lo stesso Santoro, ex disoccupati o, come l’ex
bisdirettore del Corsera, Paolo Mieli, non disoccupato
ma fatto passare, per bocca del solito Travaglio, alla
pari del primo epurato dal nuovo editto berlousconiano,
insieme al fresco ex direttore de La Stampa, Giulio
Anselmi non presente in trasmissione, forse perché già
balzato alla presidenza dell’agenzia Ansa, ma questo è
un particolare, come tanti altri, che a Travaglio dal
sen non fugge. L’infedele Gad Lerner, invece,
pontificava da una sediola sul molo di Lampedusa.
Ultimo dei mohicani della puntata di giovedì sera, ne
sceglie sempre uno e uno solo, San Michele da RaiDue, è
stato il direttore di Panorama, Maurizio Belpietro,
addirittura successore tris di Montanelli al suo
Giornale dopo Feltri e Cervi. E addirittura
berlusconiano con l’ardimento sciocco di dichiararsi
appartenente alla “maggioranza degli italiani”. Termine
che i maitre a penser pronunciavano con un viso
schifato, neanche avessero mangiato yogurt scaduto,
tutti presi, com’erano, a darsi le patenti di baroni,
nuovi eredi dei Grandi Vecchi, Montanelli e Biagi,
proprio come loro e prima di loro epurati da quel
cattivone di Berlusconi.
E i giovani? Non c’erano. O se c’erano dovevano essere
studenti in congedo illimitato, alla stregua di Guccini.
Ovviamente di sinistra. Ovviamente contestatori.
Certamente non giornalisti. Al massimo “aspiranti
giornalisti”, come si è definita la studentessa
ventitreenne che ha raccontato la sua contestazione al
non berlusconiano ma ugualmente governativo perché
allora direttore del Tg1, Gianni Riotta. Di mezzo c’è
l’università, quelle lauree in Comunicazione verso le
quali ancora in molti ci arrabattiamo, pure continuando
a scrivere, chi qua chi là. Fin da giovanissimi, proprio
come Montanelli aveva fatto. E proprio leggendo
Montanelli sin da piccoli, questa “generazione 1000
euro” (e fortuna ad averceli!) ha imparato da sé a
mettere insieme due pensieri. Perché il vecchio Indro
non appariva affatto lontano, come invece sono i nuovi
baroni di cui sopra autoproclamatisi maitre a penser. Ci
voleva Belpietro con la sua salvifica “antipatica” dose
di realismo a ricordare che ben altri da Berlusconi sono
i mali della stampa italiana. Che un po’ manca la
qualità e un po’ mancano i soldi. Già, i soldi. Che
ormai i giovani, quei giovani che Montanelli rispettava
molto più dei suoi epigoni, servono solo a lavorare
gratis nel ruolo di stagisti a “zero euro”, questo lo
ricordiamo noi, e scrivono pagine e pagine intere, tra
le agenzie di stampa e i free press che sono di gran
lunga i quotidiani più letti al mattino dagli italiani.
Ma tutto questo è troppo distante dalle loro milionarie
disoccupazioni e dal loro antiberlusconismo sempre utile
per risultar loro interessante.
Noi siamo la maggioranza, che schifo. E menomale,
allora, che c’è il Secolo d’Italia, voce corsara e
libertaria esclusa dal salotto buono di Annozero che, ha
ragione il direttore Lanna, ha mille buone ragioni per
considerare Montanelli espressione della stessa riserva
indiana. A Montanelli sarebbe piaciuto davvero tanto un
foglio borghese e corsaro, plurale e moderato, capace di
far scrivere i piccoli giovani a fianco ai grandi
vecchi. Perché è la Storia che continua ad andare così.
Piena di incroci di umanità, di culture e di storie
personali. Magari come quelle di Giolitti e Prezzolini,
di Junger e Longanesi, di Ezra Pound e Montanelli. Tutte
diverse ma prese a comporre la stessa idea: destra.
Troppo vicina al cuore e alla mente della gente
d’Italia, almeno della maggioranza, per preoccuparsi
ancora dei pensieri tartufati di certi illustri,
autoreferenziali calamai.