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RENATO ZERO ERETTO A PARAFULMINE DALLA GAYA SINISTRA BUGIARDELLA E DELUSA. ECCO PERCHE’ LO DIFENDO.

di Daniele Priori

Strumentalizzano e mentono sapendo di mentire sulle parole di un libero artista pur di tutelare il giocattoloso prodino che da primi e ultimi giapponesi (un po’ dementi) sono andati in massa a votare persino alle Primarie pur di ritrovarselo lì, libero non tanto, giocondo di molto, al Governo del Paese.

Però se la prendono con Renato Zero, mistificando e ingigantendo peraltro. Ecce homines. E’ questo lo stato di salute del glorioso movimento gay italiano. Premessa l’irritazione quasi stupita di fronte a tanta impudicizia morale e offesa all’intelligenza comune, da gay
liberale, difendo il diritto dell’artista Renato Zero, dall’eloquio spesso poco comprensibile, di contraddirsi fin quando vuole e di sconcertare
liberamente. Da semplice artista. Uomo tutto d’un pezzo, mammola, donna baffuta, cretina muscolosa fintomaschia, sempre maschera di se stesso.
Artista, appunto. Senza doversi giustificare oltre. L’ulteriore premessa non può essere quindi altro che un attacco con una pari carica di veemenza
frammista, però, mi sia consentito, a un minimo di sarcasmo. Mi trovo così costretto a colpire, non foss’altro per dovere professionale, da giornalista e da appassionato di politica, questi figuri che, appunto, ci si trovi davanti a Dio o al diavolo poco importa, pur di portare il maggior numero possibile di cervelli all’ammasso non esitano, senza alcun pudore, ad inventare persino le parole mai dette, mettendole all’occorrenza in bocca alla gente, colpevole solo di non stare smaccatamente, faziosamente e dichiaratamente dalla loro.

Così nella domenica trascorsa, in cui Renato Zero è stato ospite di Pippo Baudo a Domenica In, hanno pensato bene di cambiare il finale della giornata, andando a infilare parole al posto giusto e aprendo l’ennesimo processo a Renato Zero per aver pronunciato (ma non l’ha pronunciata!) la parola "omosessuale" prima di essersi poi definito "di un’altra pasta". Tutto per una comparsata, puntualmente arrivata, sul Corriere della Sera. Miserere vobis.
Trovo davvero squallida e triste l’operazione politica a basso costo animata dai gruppi gay, tutti ovviamente intruppati nell’ancor più triste armata
brancaleone di centrosinistra al Governo del Paese. Ormai non sanno proprio più che dire. Così nella domenica in cui Berlusconi collassa per una aritmia cardiaca che gli costa tre giorni d’ospedale, nella domenica in cui Prodi se ne sta bel bello a Palazzo Chigi, tranquillo dei suoi cinque senatori a vita che lo tengono in piedi e dei deputati gay che pensano a cessi e calciatori, sostenendo il Governo a costo zero. In quest’ennesima domenica d’autunno, insomma, meno ennesima solo perché la Juve sta in serie B, ma non meno consueta per il fatto che Pippo Baudo è ancora a Domenica In… Bene, proprio in questa precisa ed epocale domenica pomeriggio, i gay italiani hanno riconfermato agnello sacrificale anche nella stagione prodiana: Renato Zero.
Sì, signori! Questi comunisti nell’anima che difendono (com’è giusto!) il diritto di un’artista di poter dipingere un Cristo e dodici apostoli en travesti, non riescono però proprio ad accettare che un artista qual è Renato Zero, pure simbolo di una emancipazione sociale con i versi da lui stesso scritti per più di trent’anni, non si sia mai intruppato alla testa di chissà quale corteo, quale gay parade perché – è un diritto anche questo o no? – semplicemente, magari, non si sentiva rappresentato o perché non gliene fregava di meno, oppure, vile ma legittimo persino questo, perché non voleva rischiare di lasciare invenduta qualche copia dell’ultimo cd di turno. Così gliel’hanno giurata da allora, era il 2000, e non gli hanno mai perdonato questo suo non schierarsi insistente.

Come forse, mi permetto di insinuare, non l’avrebbero perdonato, fossero sopravvissuti, a un Pier Paolo Pasolini, a un Dario Bellezza, a un Sandro Penna.
Questa massa di giovani ma poco moderni “diversi essendo loro comuni” si sono talmente innamorati del cliché gay, quello che fa condurre le trasmissioni in tv e radio, fa fare film e frutta soldi, molti soldi, candidature e posti sicuri nell’oleatissimo spoil system della sinistra che di tanto in tanto da armata di lotta si trasforma in carrozzone di governo, se ne sono talmente e furbescamente invaghiti di tutto ciò al punto da rendersi (o vendersi…) al pari di piccoli e froci emuli del Gattopardo: bisogna che tutto cambi perché nulla cambi. Eccolo l’unico cambiamento che vogliono in realtà: nessuno, altrimenti molti di loro non avrebbero più di che vivere.

Attaccano Renato Zero, quindi. Ma adorano la madama dei buoni propositi, leggasi ministra Pollastrini. Che ha partecipato pure al Gay Pride di Torino pettinata di bei pensieri rimasti tali.
Si eccitano per la Melandri che neanche il Baffino dei tempi migliori ma relegano le punte della base gay diessina (una volta si chiamava Cods ora
GayLeft, peccato che dal 10 aprile 2006 se ne siano perse le tracce) insomma loro, una messa a capo di un’agenzia regionale sportiva nel Lazio, l’altro assessore alla Pubblica Istruzione in un comune del Piemonte, abbandonati a dibattere e attaccare sulle colonne dell’innocuo Riformista. La linea politica che fa rumore, quella che va sui settimanali di punta, a Porta a Porta e Matrix è tutta saldamente nelle mani del Gaydar parlamentare.
Il peana ufficiale al neosegretario regionale dei Ds nel Lazio, Nicola Zingaretti, fratello-sosia di Montalbano, un altro dei politici più amati dai gay italiani, anche lui per i tanti bei propositi, il Gaydar parlamentare l’ha lasciato fare ai suoi, sempre dichiaratamente apolitici e apartitici, ovvio e continuo specchietto per le allodole, e non, come forse sarebbe stato opportuno, ai Cods-GayLeft o come diavolo si chiamano. Quelli che forse un po’ con Fassino per le promesse mancate ce l’hanno sul serio, devono stare zitti e a nanna sul Riformista, i bravi bambini "pubblicaccusa" di Renato Zero, invece, a suonare il piffero dell’ennesimo notabile del Botteghino.
E, dimenticavo, l’invito al convegno lucidapiffero zingarettiano dei giorni scorsi era condito con l’affascinante annunciata presenza dell’europarlamentare autore del dossier antiButtiglione. Perché i nostri sinistri innocui gay di governo, come un po’ tutta l’armata Brancaleone mancina, quando devono ricompattarsi non hanno altra arma che rievocare come in un mantra le vecchie nequizie berlusconiane. Ettepareva!  Ipocriti! Ché i Ds, altro che Zingaretti, viaggiano a grandi passio verso la Margherita rutelliana-bindiana-binettiana fanno finta di non vederlo.
E ancora peggio ma ovviamente incommentato da Gaydar parlamentari e viscidi quanto bugiardelli notabilini locali della gaya sinistra, è quanto sta accadendo nella maggioranza alla Regione Lazio.
Il povero socialista ex assessore del garofanato Nuovo Psi nella Giunta Storace, oggi novello rosapugnante quindi, con annesso salto florealquagliesco, sostenitore della Giunta Marrazzo, Donato Robilotta, è rimasto solo, non sostenuto da nessuno a gridare alla luna che se la maggioranza non si sveglia a fare una legge sulle coppie di fatto, i fondi europei prendono il volo. Soldi veri. Quelli. Che o si fa una legge regionale o non arrivano. Ma chi se ne fotte della gente, quella lasciala votare ogni volta per noi. Ce li ricordiamo a tempo debito. Non ora. Di quei cittadini, infatti, ai notabilini antizero non interessa proprio nulla. Sono troppo prese a farsi belle su chissà quale fantomatica gay street. E poi s’è mosso qualcuno dei Ds? Di Rifondazione Comunista? No, e allora tanto vale.

Sticazzi! La Rosa nel Pugno, in fondo, non è altro che una scomoda intrusa. A tal proposito, a giugno, sentite l’ultima e me la finisco, Capezzone e
altri radicali, proprio il giorno prima del Gay Pride nazionale di Torino, hanno presentato un pacchetto di proposte di legge in materia di diritti civili tra le quali ce n’era persino una sul matrimonio gay. Bene. La gaya sinistra consorteria non ha speso neanche una riga per dire bravi a quei tre scemi che con trentacinque gradi fuori se ne stavano sulle sudate carte ad articolare leggi alla Zapatero. Gli unici ad accorgercene e in buona fede a ringraziare siamo stati noi, di qua, che di botteghe da difendere non ne abbiamo se non una, quella della nostra coscienza. Ed è per questa stessa coscienza autenticamente libera che non mi vergogno di definire ridicolo il boicottaggio proposto ai danni di Renato Zero. E di aggiungere che comprerò un’altra copia di Renatissimo! la raccolta appena uscita di una carriera lunga, tutta da cantare, che non ammette repliche e non si perderà mai tra le miserie che sono poi purtroppo le macerie di un movimento gay italiano tradito, umiliato e tutto da riscrivere.


Roma, 28 nov 06


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