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Al di là
delle più rosee aspettative i gay hanno dimostrato di essere meno
maniacali di alcuni perversi e beceri moralisti, sedicenti
“normali”. Roma – E’
inutile negarlo, l’avevamo pensato. Reduce da un pellegrinaggio
giubilare in Terra Santa, di cui trovate la relazione in un’altra
parte del giornale, il vostro cronista, animato da quello spirito
perfido, pettegolo e spesso saccente che contraddistingue molti
giornalisti, aveva pensato:”Ottima occasione il gay pride…così
facciamo il Giubileo in Terra Santa e l’Antigiubileo a Roma”. Mai
previsione fu più smentita. Una vera sorpresa quella minoranza
dell’otto luglio. Una sorpresa che nemmeno i pronostici più faziosi
o benevolenti avrebbero potuto preconizzare. E’ scesa in piazza, con
quella minoranza, la civiltà, l’invito al rispetto di tutte le
minoranze. Un invito difficile da capire per molti, un auspicio
presente in tutti i libri sacri ma che, a giudicare
dall’intolleranza incarnita nei cuori di molti, specie di molti
moralisti, non trova riscontro nella vita di tutti i giorni.
Libertà, quella semplice parola brandita da tanti. C’erano tutti, o
quasi tutti quelli che urlano libertà nei comizi. C’era la Sinistra
in campagna preelettorale, con un Veltroni libertino che, alla
domanda del vostro cronista de “il Territorio” circa i rapporti con
la componente cattolica della Sinistra dopo il Gay Pride, quasi si
scuoteva:” Non è una questione sulla quale si deve ingaggiare una
battaglia di carattere religioso. Non è in gioco la fede. Qui è in
gioco qualcosa che deve riguardare tutti: i diritti individuali, la
lotta contro le discriminazioni, la lotta contro ogni forma di
violenza ed intolleranza”. C’era Cossutta, in evidente disagio, che
sembrava quasi volersi redimere dalle colpe del suo caro Pci omofobo,
aspergendosi dei sudori gai e maleolenti di quei “diversi” come
Pasolini e Visconti che fino a qualche decennio fa venivano bollati
con la marchia dell’infamia ed espulsi dal partito. C’erano i
radicali, polemicamente in coda al corteo. La Bonino, aspra,
diceva:”Noi siamo sempre stati al fianco degli omosessuali. Oggi
però la testa del corteo è troppo affollata da altri”. Sinceramente
mai la Bonino fu tanto convincente. C’erano Taradash e Sgarbi, unici
due esponenti del Polo. Taradash, intervistato dal cronista de “il
Territorio” sparava sul Vaticano, su Amato, su Storace. “Alla fine
–ha detto Tardash –non vedo grossi problemi per il Giubileo da parte
di questa manifestazione. Il suolo di Roma non è in appalto al
Vaticano. I rapporti tra Stato e Chiesa sono ottimi a meno che lo
Stato non rinunci ad essere se stesso”. Sgarbi era costretto a
difendersi intanto dagli insulti dei diessini, forse così gelosi di
quella manifestazione da non accettare neppure la presenza di due
soli esponenti del “Polo dei Fascisti”. Questo il lato politico,
forse l’unico vero Carnevale che la Chiesa avrebbe dovuto
realisticamente temere. Dietro le piume dei trans, decuplicate dalle
immagini della Tv, c’erano invece tanti ragazzi davvero normali,
senza nemmeno le virgolette necessarie in questi casi. Ragazzi
“diversi e uguali”, come titolava l’otto luglio “Liberazione”.
Ragazzi capaci perfino di avere un ideale che va al di là del
blasfemo e inutile slogan “God is gay”, esposto da un gaio panzone,
per il quale l’unico interesse sembrava la libertà di scegliere i
maccheroni giusti. C’erano ragazzi ventenni liberali, comunisti,
oppure avvolti nella bandiera più bella, quel “Rainbow”,
l’arcobaleno della Pace che d’un tratto faceva ricordare
insieme,anche in un palcoscenico così laico, Madre Teresa, le
parrocchie, gli oratori e persino l’ecumenismo, quella meta tanto
ambita dai vari leader religiosi , Wojtyla in testa. Un arcobaleno
che, dietro di sé, dietro quei colori, nascondeva e sfoggiava tanti
significati. L’orgoglio dei gay che sulla breccia ci sono sempre
stati come Grillini, e Consoli, leaders dell’Arcigay, dei quali
quest’ ultimo abita tra l’altro a Frattocchie, oppure come Imma
Battaglia, quella ragazza tipo “Soldato Jane” che non ha avuto paura
a scagliarsi contro il vescovo di Como, Maggiolini. C’erano pure i
tanti eterosessuali giunti in quel torrido pomeriggio romano a dare
la solidarietà, con le carrozzine, i bimbi veri, piccoli che
facevano domande alle quali, e ci mancherebbe, i padri non avevano
paura a rispondere. C’erano le famigliole al completo, simboli per
eccellenza della normalità biologica, che non hanno nemmeno temuto
di essere contaminati dai reprobi. Sfilavano i ragazzi gay cattolici
messicani, due volte vittime: della società intollerante e del
cattolicesimo, spesso moralista e becero, fanatico e fiero di
trincerarsi dietro la cortina di ferro di parole a volte male
interpretate. C’era anche una coppia gay di Roma, senza fronzoli per
la testa, nascosta, scovata abilmente e un po’ indelicatamente da
Fabrizio Roncone del “Corriere della sera”. Sergio L., 24 anni,
studente universitario all’ultimo anno di “Lettere” e Antonello D.,
32 anni, impiegato alle poste, che per la prima volta avevano avuto
il coraggio dopo diversi anni di tenersi per mano nel centro di
Roma. Parole che fanno quasi tenerezza quelle di Sergio, senza
grilli per la testa, che dice con le lacrime agli occhi:” Mio padre,
ex maresciallo in pensione guardava i gay in tv, lo ascoltavo mentre
rideva. Io mi sentivo morire”. Lacrime di un giovane, colpevole solo
di amare segretamente, sofferenza che crediamo non possa finire nel
nulla. Qualcuno, spesso frainteso e pure lui ribelle, aveva detto:
”Beati i perseguitati”. L’emblema della persecuzione è stato quell’otto
luglio, una calda giornata estiva che forse si dissolverà al sole,
come il rimmel dei travestiti, ma che certamente rimarrà nelle
memorie di tutti come la manifestazione civile della sofferenza
silenziosa e dignitosa di bravi ragazzi come Sergio e Antonello,
giovani che certamente non meritano di essere giudicati, men che
meno dai falsi e spesso odiosi moralisti che hanno bisogno di
dichiararsi orgogliosamente “normali”. Fa ancora discutere ai Castelli l’articolo de “il Territorio” sulla manifestazione omosessuale dell’otto luglio a Roma. E tutto per colpa di un povero cronista… Chi l’avrebbe
mai detto. Anzi, chi l’avrebbe mai neppure lontanamente pensato. Io,
umile cronista de “il Territorio”, colpito nuovamente, a sei mesi
dagli accaloramenti estivi, per colpa di quell’articolo “Gay Pride,
scende in piazza la civiltà”, pubblicato in agosto su queste
colonne, difficile da scrivere, eppure uscito con molta semplicità e
forse estrema sincerità, senza badare ai retrobottega ideologici,
quelli miei compresi. Ebbene sì, per chi non lo sapesse, sono stato
tra i reprobi, tra i senza Dio, tra i gay, insomma in quella
manifestazione di gioia non autorizzata o di gaiezza che, a giudizio
di alcuni, sarebbe stato giusto reprimere. Stupirà tutti, o non
interesserà nessuno, il fatto che, anche dopo questi attacchi, (cosa
non hanno saputo dirmi!) tra quella gente ci tornerei ancora,
convinto che le minoranze, tutte, (etniche, religiose, culturali,
sessuali) vadano rispettate. Convinto che ognuno, della propria
persona, è libero di fare ciò che vuole. Convinto che l’amore sia un
sentimento universale e autonomo, cioè non esclusivamente
finalizzato alla procreazione. Non ci tornerei, sia chiaro, per
declamare in piazza un orgoglio che, anche se mi appartenesse,
terrei per me, (ammesso che ci sia da essere fieri per un tipo di
sessualità), né per una comunanza di rivendicazioni, sebbene quella
riguardante le unioni civili sia, a mio modesto avviso, assai
condivisibile. Ci tornerei stavolta, però, solo e semplicemente per
una forma di orgoglio personale e professionale. Soprattutto perché
non credo, sinceramente, si debba temere di fare cronaca su certi
eventi e su certe persone, soltanto perché antipatiche ai più, o
“perché siamo nell’anno giubilare.” Sarei di nuovo tra loro, lo
ripeto, perché non credo che due ragazzi, come i già precedentemente
citati Sergio L., 24 anni, studente universitario all’ultimo anno di
Lettere e Antonello D,. 32 anni, impiegato delle Poste, debbano
temere di andare in giro per mano, temendo ritorsioni anche violente
di tipo nazifascista. Vorrei non accadessero più, come invece
accadono, queste cose che, a casa mia, continuano a chiamarsi
discriminazioni. Tra le tante persone che hanno duramente contestato
il sottoscritto e la testata che, scandalo degli scandali, ha dato
spazio, quasi fiancheggiandola, a una piazzata di tale risma, ce n’è
una che io stimo particolarmente. E’ un professore di scuola in
pensione, cattolico fervente, detentore di una fede che per molti
versi invidio. Questo carissimo personaggio, tra l’altro attento
lettore de “il Territorio”, sebbene assai critico, ha pensato di
affiancare ai suoi giudizi duri, ma non per questo poco posati e
attenti circa il Gay Pride, un articolo tratto dalla testata “il
timone”, mensile cattolico di apologetica, uscito a settembre, dal
titolo “Orgoglio gay: troppi luoghi comuni”. Il fatto che questa
frase, da parte del nostro lettore, fosse riservata al sottoscritto
è fuor di dubbi. Io la accetto con la stima, l’umiltà e la riverenza
di un allievo. Vorrei però discutere sul contenuto dell’articolo,
firmato dal giornalista Mario Palmaro, il quale è inoltre assistente
di bioetica e laureato in Giurisprudenza. Il nostro, con penna da
cattedratico, rigorosamente rossa e blu, ”prendendo spunto
dall’intelligenza del Beato Pio IX, - ha utilizzato l’espediente
letterario del Sillabo e riassunto - sette false proposizioni che
riguardano l’omosessualità, spiegando in sintesi dove sta l’errore.”
E’ questa la premessa da calcolatore elettronico della moralità che
compie Palamaro. Quindi inizia lo sciorinamento di massime per
essere buono e andare in Paradiso. Le sette proposizioni errate sono
segnate in neretto e seguite, una per una, da sette risposte nette,
sicure, calcolabili, scontate, colorate solo da qualche venatura,
qualche affondo di fioretto, in una serie di dettami, a suo giudizio
praticamente intoccabili, poiché documentati, infallibili, come il
Papa nel suo ministero pastorale. Nella prima risposta all’assunto
“L’omosessualità è una tendenza innata e quindi, agire di
conseguenza non è una colpa” - affermazione a mio parere sacrosanta
– Palmaro, citando il Catechismo della Chiesa Cattolica, mette
l’omosessuale di fronte a una scelta. “Dato che – scrive lo
studioso – la genesi psichica dell’omosessualità rimane in gran
parte inspiegabile”, in sostanza l’omosessuale deve scegliere: o
dichiararsi malato, quindi cercare un medico dal quale curarsi,
oppure prendersi la responsabilità della sua “scelta culturale”
derivata dal suo “libero arbitrio”. In entrambi i casi, la fa facile
Palmaro, la Chiesa non si crea problemi sulla tendenza omosessuale,
bensì sulla condotta:”le persone omosessuali sono chiamate alla
castità”. Di fatto poco più degli etero, per i quali le normative
non sono poi tanto più lassiste. Tutto ciò, in entrambi i casi, per
gli etero o per i gay, è innaturale. La ricerca del piacere fisico
mi risulta faccia parte della natura umana. Se poi al piacere, per
caso, andasse a coincidere l’amore sincero e disinteressato, cosa si
potrebbe chiedere di più a una coppia gay o “etero prima del
matrimonio”? (quest’ultima da considerarsi come categoria a parte
n.d.a.) Palmaro non lo spiega. Non si deve fare e basta. Nella
seconda risposta, quella sulla tendenza alla normalizzazione
dell’omosessualità, (c’è anche tra gli animali, cosa ci sarà poi di
anormale o perverso? N.d.a.) Palmaro, speriamo solo perché preso
dalla vis retorica, affianca pornografia e omosessualità. Con tutto
il rispetto: cosa dice? Credo che Palmaro nelle videoteche o nei
sexy-shop non ci sia mai andato, meglio per lui, ma se ci facesse
una capatina scoprirebbe che l’80 –90% della pornografia, per una
normalissima regola matematica e di mercato, (gli etero sono più dei
gay n.d.a.), è arricchito da filmati hard eterosessuali. Numeri
dunque, solo numeri e informazione. |