pagina web di Daniele Priori

Articoli ed editoriali

Viaggio fra i moderati dell’Islam

 

Che cosa pensano i musulmani non fanatici delle nostre regole quotidiane

 

Alla ricerca di un dialogo con Mohammad

 

Diamo voce a quelli di loro che in Occidente protestano contro il fondamentalismo

 

Da L’INDIPENDENTE – Sabato 13 Agosto 2005

 

Il rispetto dei diritti umani, civili, l’amore per la vita e per la quotidianità delle persone, degli esseri umani in quanto tali, con l’obiettivo necessario di dare vita a un nuovo Umanesimo globale. Ovvero cosa distingue un islamico radicale da un moderato. Un “abc” che – credevamo – nell’Europa dei Lumi, della razionalità e della nuova Comunità nata contro le barbarie naziste e comuniste nel secondo dopoguerra, avessimo imparato bene che pure, oggi, in pieno XXI secolo, siamo costretti a riprendere in mano per capire cosa pensano e come interpretano i principi fondamentali della modernità, i diritti civili appunto, gli altri, il grande popolo dell’Islam, la religione monoteistica che ha messo radici nel Sud del mondo e oggi, almeno nella sua ala più estremista, sfida l’occidente.

Un Islam, quello del Duemila, che si allarga e propaga la propria cultura con le onde dei migranti che raggiungono i paesi europei. Assieme ai quali, forse non casualmente, ha iniziato a viaggiare il terrorismo islamico e, nelle nostre città, spesso nelle pareti domestiche, si fanno vive storie di uomini e donne che credevamo lontane da noi. Tanto vale capire, se è possibile, dove finisce l’odio, come arginarlo, quali canali aprire. Un viaggio tra la gente islamica trapiantata in occidente. Un percorso che non ha intenzione di poltrire nelle realtà vellutate delle cattedre accademiche ma vuole riuscire a entrare, come detto, nella quotidianità delle persone di religione islamica che vivono nell’Occidente. Cercando di capire quanto e come sarà possibile trovare una soluzione condivisa al problema del terrorismo, oggi in primissimo piano, ma anche, appunto, a quelli che sono i problemi di chi, almeno in una parte del mondo islamico, è costretto a vivere nel buio, nella segregazione, nella clandestinità. In primo luogo le donne e gli omosessuali.

Molte in materia sono le posizioni emerse in occidente. A volte scomode e messe a tacere, purtroppo, proprio dai fondamentalisti ancora una volta alla ribalta. Due nomi vengono in mente prima di altri, due olandesi: il leader omosessuale della nuova destra Pym Fortuyn e il regista coraggioso Theo Van Gogh, nipote del celebre pittore, entrambi ammazzati a causa delle loro idee, per aver denunciato l’islamizzazione del loro Paese e messo all’indice la violenza pura cui sono sottoposte in particolar modo le donne e i gay islamici. Gli sputi e gli insulti riservati dalla comunità musulmana di Rotterdam alle coppie omosessuali che,  per le vie della loro città, non sono più liberi di girare per mano, ma anche la vera e propria sottomissione a giuramenti fatti di sangue e percosse cui ancora sono sottoposte troppe donne musulmane, coperte da veli che a volte, oltre ai loro volti, nascondono storie fin troppo atroci

In tal senso le urla di Oriana Fallaci, identificata dagli stessi islamici come loro nemica, potrebbero rappresentare e di fatto stanno rappresentando un manifesto, in specie per quella parte di mondo, anche tra gli occidentali, che vede nello scontro l’inizio e la fine. Ma è questo quello che la maggioranza degli Europei, figli della democrazia ateniese e della pietas latina, vuole davvero? Non lo crediamo. Quello che, invece, da Madrid a Roma, passando per Londra, Parigi e Amsterdam si sta cercando con rabbiosa insistenza, è una soluzione pacificante che davvero vada ad isolare gli innamorati della morte. E’ la nostra cultura che ce lo impone. Il nostro pensiero infarcito di dubbi metodici, aperture storiche dei confini, rimasti sempre volutamente bassi, per conoscere meglio l’altro, quello che dalle proprie coste si affaccia sullo stesso mare nostrum.

Dialogo sia, dunque. Varie sono le soluzioni emerse. C’è chi, come la Resistenza iraniana in Europa, bolla l’Islam moderato come una “categoria occidentale di fatto inesistente”  Per un motivo semplice e comprensibile: l’unica risposta possibile al terrorismo e forse, a loro giudizio, l’unica risposta che dovrà provenire dai popoli dei Paesi governati a suon di Sharia, la legge coranica che priva del tutto dei diritti e non ammette replica alcuna, è e deve essere la laicità dello Stato e non la “moderazione” della religione dominante che deve, invece, rimanere nel proprio ambito, quello spiriturale.

Non a caso, in Italia due settimane fa, ieri a Parigi, Londra e New York erano proprio loro in prima fila con le bandiere iraniane a protestare per le atroci esecuzioni dei due ragazzini omosessuali di Mashad (Iran), uno 17enne, l’altro 18enne impiccati sulla pubblica piazza e di fronte alle telecamere. Messi a morte perché, più di due anni fa, sono stati trovati a giacere con un ragazzino tredicenne, quasi loro coetaneo.

Altri, invece, che della loro religiosità hanno fatto comunque una bandiera come i Giovani Musulmani d’Italia parlano pure di laicità ma al tempo stesso di come in realtà esistano tanti Islam, la maggioranza dei quali lascia di fatto la sessualità nella sfera più privata: quella delle libere scelte personali. Una prospettiva questa che, tuttavia, se in Italia da parte degli stessi musulmani può (forse deve) essere messa in pratica, pare ancora assai di là da venire in paesi arabi, siano essi anche stimati come moderati (un esempio: l’Arabia Saudita e l’Egitto) che puniscono l’una con la morte, l’altro col carcere duro il reato di omosessualità.

Fatti che, all’inizio di questo viaggio nell’Islam d’Italia e d’Europa, non possono non far risuonare proprio le parole che Pym Fortuyn ha scritto a conclusione del terzo capitolo del suo libro, da poco tradotto in italiano:”L’emancipazione è un diritto di ogni abitante del nostro Paese e noi abbiamo il dovere di promuoverla anche quando riguarda uomini e donne musulmani. E’ una conquista culturale a cui anche loro hanno diritto per cui molto abbiamo lottato, molto abbiamo sofferto e che ci ha dato la libertà di realizzarci secondo le nostre possibilità e inclinazioni.Una conquista da diffondere e, se necessario, difendere con forza”.

 

Per l’esponente della Resistenza Esmail Mohades la fede non c’entra con le violenze

 

I diritti civili mandati in esilio dagli ayatollah

 

Gli esuli iraniani“Se riusciremo a scalzare il regime ridaremo dignità alle donne”

 

Da L’INDIPENDENTE – Giovedì 18 Agosto 2005

 

Islam e diritti civili, due cose distinte per un motivo puro e semplice. Il primo è una religione, i secondi sono a carico dello Stato e al tempo stesso sono la prerogativa principale per la separazione tra comunità di cittadini e fedeli, il punto d’incontro tra laici, senza distinzioni religiose.

Un tema attualissimo in Iran, la repubblica islamica in questi giorni al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale per molti temi, non ultima l’assenza pressoché totale dei diritti umani e civili, in particolar modo nei riguardi degli omosessuali e delle donne. Per questo motivo Esmail Mohades, portavoce della Resistenza iraniana in Italia, leva alto il proprio grido in favore del riconoscimento dei diritti civili, ovviamente, anche delle persone omosessuali. Non a caso Esmail non ha esistato nei giorni scorsi ad imbracciare la bandiera della propria nazione, dove non vive più da oltre venticinque anni, e recarsi sotto l’ambasciata iraniana a Roma per protestare assieme alle associazioni gay per la barbara uccisione, nella pubblica piazza della città di Mashad,  dei due ragazzi, uno diciottenne, l’altro sedicenne, entrambi gay, accusati di aver fatto sesso, oltre due anni fa, con un ragazzino di tredici anni, quasi loro coetaneo.

Abbiamo già avuto modo di scrivere su L’Indipendente che l’etichetta di moderazione in dote ad alcuni stati, come ad esempio l’Egitto e l’Arabia Saudita, certo non vale per la tutela delle persone omosessuali. In Egitto e Arabia Saudita, infatti, l’omosessualità è reato che viene punito rispettivamente al Cairo con il carcere duro e a Riad con la morte. Né più né meno come nell’Iran degli ayatollah e in altri ventitre stati che si richiamano in un modo o nell’altro all’islamismo.

A riguardo Mohades va all’attacco:”L’aggettivo ‘moderato’ è tipicamente occidentale e politico. Se si applica a una religione c’è il rischio di non capire più nulla. Specie se tale aggettivo viene usato con paesi come Arabia Saudita, Egitto e altri che sono identificati come tali solo perché fa comodo all’occidente ma nei fatti non sono proprio moderati”. Tanto per iniziare. Quindi entra nei particolari:”Se in occidente il laicismo è un valore e mette l’uomo al centro, non deve cadere nel tranello di tirare sempre in mezzo gli islamici. La religione non deve entrare nella disputa politica. Se si è laici è da laici che tali problemi devono essere risolti. Le questioni islamiche sono altre e in altri ambiti vanno trattate. Per questo l’unica cultura che è stata acquisita e deve essere diffusa dall’occidente è quella del laicismo”.

Fa capire, dunque, Mohades che il primo dialogo possibile è proprio quello sui diritti civili:”Che poi vengano acquisiti dall’islam, dal cristianesimo, dal comunismo o dall’umanesimo poco importa. L’essenziale è tenere ben chiaro l’obiettivo.  Di sicuro ce l’hanno chiarissimo i 550 membri del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il parlamento per ora in esilio che, qualora cadesse il regime di Theran, dovrebbe seguire la gestazione della futura Repubblica democratica iraniana. Tra loro il 53% dei componenti è composto da donne e addirittura il presidente della futura Repubblica, quella che nei primi sei mesi dovrebbe accompagnare il Paese all’elezione dell’assemblea costituente è una signora. Qualcosa che nell’Iran fondamentalista di oggi sarebbe semplicemente impossibile perché le donne da quelle parti non possono accedere alle cariche più alte dello Stato né alla magistratura.

“E si pensi – spiega Mohades -  che la popolazione femminile iraniana anche all’università è in maggioranza ma non perché il regime iraniano le dia valore. Per lo Stato le donne devono soltanto restare a casa ad accudire i figli. Loro, tuttavia,  almeno accedendo all’istruzione danno una risposta”.

I gay, invece, non  dovrebbero proprio esistere. Non a caso la morte è la pena adatta per chi si fa scoprire – come dice il Profeta Maometto – a “montare un altro uomo”.

Ovvio che, in risposta, dopo i fatti di Mashad, il Consiglio nazionale della Resistenza ha condannato con forza l’impiccagione di Mahmoud e Ayad, i due gay poco più che adolescenti.

Mohades tuttavia ricorda che le uccisioni di Stato in Iran con l’uso del cappio sono purtroppo fatti quotidiani che non riguardano solo gli omosessuali.

“Lo scorso anno – ci spiega – il 16 agosto è stata impiccata una ragazzina di sedici anni perché da bambina la madre la faceva prostituire. Lei dai clienti addirittura non avrebbe voluto dei soldi ma delle bambole, perché non capiva il valore del danaro. Vista la situazione tuttavia – continua la storia raccapricciante – nessuno era disposto a tirare la corda e alla fine è stato il giudice che aveva emesso la condanna a fare da aguzzino”.

“In Iran – insiste Mohades – nel 1988 alla fine della guerra con l’Iraq sono stati fucilati 30mila prigionieri politici. Queste sono cose che vanno dette. Mi chiedo con quale moralità l’Europa continua a parlare con un regime simile”. Difficile dargli torto.


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